Almasri, la Consulta toglie lo scudo a Bartolozzi: l’ex capo di gabinetto di Nordio può essere processata per false dichiarazioni ai pm

La Corte costituzionale boccia la tesi della maggioranza: l’immunità dei ministri non si estende a chi avrebbe mentito per coprirli

Almasri, la Consulta toglie lo scudo a Bartolozzi: l’ex capo di gabinetto di Nordio può essere processata per false dichiarazioni ai pm

“Un esito per noi ampiamente prevedibile”. Così Devis Dori, deputato di Avs e presidente della Giunta per le autorizzazioni della Camera, ha commentato ieri la sentenza della Corte costituzionale sul caso di Giusi Bartolozzi, che ha sonoramente bocciato la tesi della maggioranza sull’impunibilità della magistrata per il caso Almasri.

Che l’ex capo di gabinetto del ministro Carlo Nordio, indagata per false informazioni ai pm nel caso del generale libico ricercato dalla Cpi, non potesse essere trascinata sotto l’ombrello del Tribunale dei ministri “era per noi evidente”, aggiunge Dori. Che conclude infilando il dito nella piaga: “Ora è confermato dalla suprema Corte”.

La vicenda

Per comprendere la portata della decisione bisogna tornare ad aprile. Il 1° aprile l’ufficio di presidenza della Camera, con 11 voti della maggioranza contro 10 delle opposizioni, aveva proposto all’Aula di sollevare un conflitto di attribuzione davanti alla Consulta contro il Tribunale dei ministri e la Procura di Roma, ottenendo il sì dell’aula.

La tesi l’aveva messa nero su bianco il relatore Giorgio Mulè (Forza Italia): la posizione di Bartolozzi sarebbe stata “teleologicamente connessa” ai reati contestati ai ministri. Se ha mentito, ha mentito per coprire Nordio. E allora l’immunità del ministro dovrebbe estendersi anche a lei, per “vis attractiva”.

Tradotto: niente processo senza il via libera del Parlamento, lo stesso che aveva già negato l’autorizzazione a procedere proprio contro Nordio, il collega Matteo Piantedosi e il sottosegretario Alfredo Mantovano. Nel frattempo la Procura di Roma aveva chiuso le indagini, a febbraio, e ad aprile aveva chiesto il rinvio a giudizio, sostenendo che si trattasse di reato indipendente rispetto a quello commesso dai politici nell’esercizio delle loro funzioni e quindi non soggetto a scudo penale. E, pertanto, aveva impugnato le deliberazioni della Camera.

La bocciatura della Corte

Ieri, con la sentenza numero 190, la Consulta ha bocciato il cuore del ricorso: la Corte non ha infatti “condiviso la tesi della Camera” secondo cui l’autorizzazione prevista dall’articolo 96 della Costituzione per i reati ministeriali si estenderebbe “anche ai reati compiuti da un terzo e semplicemente connessi a quelli ministeriali”.

Nemmeno quando si tratta, scrivono i giudici, di “dichiarazioni false realizzate allo scopo di occultare la responsabilità di un ministro”. La disciplina dei reati ministeriali è speciale e per questo “esclude una interpretazione estensiva”. Nessuna lesione delle prerogative della Camera, dunque, per le dichiarazioni “asseritamente false” rese da Bartolozzi al Tribunale dei ministri nell’audizione del 31 marzo 2025. Su quel reato la Procura di Roma può andare avanti senza chiedere il permesso a nessuno.

La Consulta bacchetta però la procura sul metodo

La maggioranza porta a casa solo un punto di metodo. La Procura aveva chiesto al Tribunale dei ministri di valutare Bartolozzi come concorrente nei reati attribuiti a Nordio o, in alternativa, di ipotizzare a suo carico le false dichiarazioni. Il Tribunale, dice la Corte, “avrebbe dovuto esplicitare le ragioni” per cui ha scartato il concorso. E la Procura avrebbe dovuto comunicarle alla Camera, per permetterle di valutare un eventuale conflitto.

Un richiamo alla “leale collaborazione tra i poteri dello Stato” che riguarda però un’altra strada, quella del concorso, che i giudici non hanno imboccato.

Avrebbero potuto opporre il segreto di stato

Il punto centrale è che per il reato su cui Bartolozzi rischia davvero il processo, lo scudo non c’è. Inoltre c’è anche un passaggio che pesa sul governo. Se ci sono “esigenze di riservatezza istituzionale” su quanto saputo da chi non è ministro, scrive la Consulta, lo strumento esiste già: l’opposizione del segreto di Stato. Uno strumento che non si nasconde dietro un voto di maggioranza: per legge il segreto chiama in causa Palazzo Chigi, che deve confermarlo e risponderne al Copasir.

Bonelli: “In un Paese normale Meloni e Nordio si sarebbero dimessi”

“La sentenza della Corte costituzionale sul caso Bartolozzi è un duro colpo al governo Meloni e al tentativo della maggioranza di costruire uno scudo politico e giudiziario sulla vicenda Almasri”, attacca Angelo Bonelli, deputato di Avs. “È una sconfitta per chi ha cercato di trasformare il Parlamento in uno strumento di protezione del potere”.

Il leader dei Verdi torna sul generale libico liberato e rimpatriato “con un aereo di Stato a spese dei contribuenti”, ricercato dall’Aja per crimini contro l’umanità, torture e violenze sessuali. “Nessuno può pretendere immunità per aver ricoperto incarichi ai vertici del ministero della Giustizia. Meloni e Nordio usano le immunità per garantire impunità”. E chiude: “In un Paese normale, di fronte a una vicenda di questa gravità, Meloni e Nordio si sarebbero già dimessi”.