La Sveglia

A Gaza si cucina bruciando rifiuti

A Gaza si cucina bruciando rifiuti e cartone. Il 20 luglio una squadra dell’Ufficio Onu per gli affari umanitari, l’Ocha, ha visitato due siti di sfollati a Gaza City. Ha trovato due tende danneggiate dal fuoco domestico, con dentro materassi, coperte e vestiti dei bambini bruciati. La ragione l’Ocha l’ha messa per iscritto: “Bombole di gas e fornelli da cucina non sono stati autorizzati a entrare a Gaza dall’escalation delle ostilità dell’ottobre 2023, e il gas da cucina è disponibile solo in quantità molto limitate e a prezzi altissimi”.

Nella seconda settimana di luglio, secondo la Camera di commercio di Gaza, il settore privato ha ritirato meno di ventiquattro camion di gas da cucina, il 2,5 per cento dei mezzi entrati nella Striscia. Negli stessi giorni le agenzie umanitarie hanno consegnato kit da cucina a circa tredicimila famiglie. Utensili senza fiamma.

Il 21 luglio, a Ginevra, il portavoce dell’Alto commissariato Onu per i diritti umani Thameen Al Kheetan ha registrato almeno 57 palestinesi uccisi dall’esercito israeliano fra il 13 e il 20 luglio, sei minori e otto donne. Trentaquattro erano lontani dalla Linea gialla. «L’intera Striscia di Gaza è sotto occupazione israeliana», ha detto, e da quella frase discende chi decide cosa entra. Il parere della Corte internazionale di giustizia del 19 luglio 2024 lo aveva già scritto: quella presenza è illegale e va fatta cessare.

A Cipro, intanto, attivisti italiani e internazionali recuperano le barche della Global Sumud Flotilla lasciate alla deriva dopo l’abbordaggio. Hanno ritrovato vele tagliate a coltellate e caffè versato nei serbatoi.

L’Ocha chiude la nota con una richiesta che non nomina chi dovrebbe accoglierla: “Il gas da cucina deve poter entrare regolarmente nella Striscia”. Nove mesi dopo l’annuncio della tregua il fuoco, a Gaza, lo accendono gli sfollati per mangiare e l’esercito israeliano lungo la linea di demarcazione, anche contro chi non è una minaccia immediata.