Aerei da addestramento e missili per la difesa nazionale. Ecco i due progetti militari per cui spenderemo un miliardo

di Carmine Gazzanni
Primo piano

Estate. Tempo di sole, di mare e di programmi militari. È questo quello che verrebbe da pensare almeno stando ai due atti che il Governo – e nello specifico il ministero della Difesa di concerto con lo Sviluppo Economico – ha sottoposto al parere parlamentare. Un parere che nella stragrande maggioranza dei casi serve soltanto a vidimare una scelta già assunta dall’Esecutivo. Ergo: prepariamoci, nei prossimi anni, a spendere circa un miliardo di euro (per la precisione, 784 milioni) tra una nuova flotta aerea militare e, soprattutto, un nuovo piano missilistico.

AEREO CHE VAI, AEREO CHE VIENI – Ma per capire meglio di cosa stiamo parlando, partiamo dal primo atto sottoposto dal dicastero di Roberta Pinotti. Vista l’obsolescenza della flotta T-339 dell’Aeronautica Militare (essenzialmente aerei da addestramento militare), il programma prevede lo “sviluppo, la sperimentazione, l’industrializzazione e produzione di un nuovo velivolo da addestramento”, denominato “High Efficiency Trainer”. Secondo quanto si legge ancora nella scheda illustrativa, il programma prevede l’acquisizione iniziale di 45 velivoli (in sostituzione dei 137 della T-339), più tutti i relativi supporti. Il tutto per un costo di 547 milioni di euro che verranno spalmati nei prossimi 13 anni, fino al 2028. Ma non è detto – come d’altronde specifica anche il Governo nella sua relazione – che il costo non possa crescere, considerando che il programma doveva già partire nel 2015 e invece siamo a 2016 avanzato ancora con il piano da approvare. Certo, la relazione specifica anche che la “attività di sviluppo potrebbe impegnare l’azienda per circa 2 milioni di ore interne, tra impiegati/tecnici ed operai, cioè, complessivamente, a circa 1.300- I .350 unità equivalenti in 6 anni”. Ma il vero guadagno sarà tutto per Selex Es, azienda di Finmeccanica-Leonardo che guida la maxi-operazione.

A TUTTO MISSILE – E passiamo, ora, ai missili. E qui la questione diventa ancora più, se si vuole, interessante. Il secondo programma su cui il Governo attende il placet del Parlamento riguarda “l’Ammodernamento e Rinnovamento direttamente destinato alla difesa nazionale”. Insomma, siamo in un ambito specificatamente militare. Anche in questo caso il discorso economico è da prendere con le pinze: sebbene l’onere previsionale del programma, infatti, sia stimato in 237 milioni di euro, spalmati dal 2016 al 2025 (dieci anni), è probabile che il costo sia destinato a salire, dato che il conto è stato fatto due anni fa, nel 2014. Ma andiamo a vedere, a questo punto, a cosa mira il programma “destinato alla difesa nazionale”. Parliamo di una serie di sistemi missilistici di difesa antimissile e antiaerea “che soddisfino le esigenze operative dell’Esercito e della Marina” e siano in grado, soprattutto, di “contrastare la minaccia prevedibile fino al 2030”. Insomma, non c’è da star tranquilli a quanto pare. Anche perché, andando ancora più nel dettaglio, il programma prevede un sistema missilistico navale di difesa; un altro sempre navale “di difesa di area confluito nel programma Paams (Principal Anti Air Missile System)”; infine un terzo, terrestre antiaereo a medio raggio. Per ora, tuttavia, pare che ancora non siano stati siglati accordi aziendali, ma è specificato che i settori industriali interessati saranno quelli dell’elettronica, della meccanica e, manco a dirlo, della chimica (propellenti e esplosivi).

PAGA MISE PANTALONE – Arriviamo, a questo punto, al conto complessivo. Come detto, la spesa che il nostro Paese, tra aerei e missili, si troverà ad affrontare nei prossimi anni è pari a 784 milioni di euro. A questo punto si penserà: a pagare sarà la Difesa. Niente affatto. Come capita ormai da anni, il giochino è sempre lo stesso: per evitare che il bilancio ministeriale accresca troppo e per fare in modo che l’Esecutivo di turno possa farsi vanto di aver tagliato le spese militari, a pagare entrambi i progetti sarà il ministero dello Sviluppo Economico. E, più nello specifico, la “Direzione generale per la politica industriale, la competitività e le piccole e medie imprese”. Come i tre settori di politica industriale, competitività e pmi possano conciliarsi con gli investimenti militari e la “difesa nazionale”, resta un mistero.

Tw: @CarmineGazzanni