In quest’ultima tornata elettorale molti hanno visto una battuta d’arresto per i progressisti. Marco Revelli, politologo, lei come la vede?
“Secondo me bisogna distinguere e articolare un po’ di più il discorso. In primo luogo c’è un problema del sistema della comunicazione e dell’informazione in Italia. In modo trasversale – non è che la destra abbia fatto un gioco e gli altri un altro – tutti hanno enfatizzato il risultato di Venezia, ricavandone una valutazione complessiva di vittoria della maggioranza di governo, come se si fosse ripresa quello che aveva perso con il referendum. Ma questa è una distorsione della realtà. Se andiamo a vedere i dati, tranne la città simbolo di Venezia, che è quasi una scatola vuota perché non so quanti siano ormai i veneziani ed è un voto nel quale hanno pesato fattori legati al declino di quell’area, i numeri ci dicono che il centrosinistra si è preso sette capoluoghi su dieci. Il centrodestra si è preso Reggio Calabria e Venezia, che era già sua. Reggio Calabria, poi, è un’area il cui voto è fortemente influenzato da fattori non direttamente politici. Dopodiché, ad Andria c’è stata una vittoria quasi bulgara del centrosinistra; in Toscana, tolta Arezzo dove si va al ballottaggio, il centrosinistra si è ripreso Pistoia. Ed è andata bene al centrosinistra anche nei centri non capoluogo al di sopra dei 15mila abitanti. Quindi non mi sembra una disfatta. Invece il messaggio che è passato, e che ha prevalso, è quello di Meloni che tira un sospiro di sollievo e salva il suo governo. Questo primo ordine di riflessione riguarda il modo in cui il sistema mediatico ha rappresentato lo stato delle cose. E la politica gli è andata dietro, perché questa lettura non è stata contrastata. Poi c’è il problema di dove il centrosinistra, o il campo largo, ha funzionato e dove non ha funzionato. A Pistoia ha funzionato benissimo perché il candidato veniva dalla società e dai movimenti, interpretando i sentimenti di un elettorato vivace e giovanile. A Venezia ha prevalso una logica d’apparato e quell’ondata di voto giovanile e fresco che aveva fatto vincere il referendum se n’è stata a casa. Giustamente, direi, perché ha prevalso una logica da vecchia politica che allontana questo tipo di elettorato. Questo conferma quello che ci eravamo detti subito dopo il referendum: se la politica pensa che quei voti siano in cassaforte e assumesse un atteggiamento proprietario nei confronti di quell’ondata, commetterebbe un errore. E in molti luoghi quell’errore è stato fatto”.
Quindi, secondo lei, non c’è comunque un ritardo da parte del centrosinistra nella costruzione di un’agenda, di un’alternativa, di un progetto credibile?
“Figuriamoci, certo che c’è. Non c’è dubbio. Noi in Piemonte diciamo che siamo al ‘pian di babi’, nella palude: siamo a un livello quasi zero nella costruzione di una proposta credibile in termini di contenuti programmatici. E pesa come un macigno la questione delle armi e della guerra. Dal punto di vista del rapporto con l’Europa, una parte del centrosinistra continua a vivere da orfana dell’agenda Draghi. È rimasta ferma lì, al governatore della Bce che si è rivelato un guerrafondaio e che fa il gioco dei mercanti di cannoni. È chiaro che non è che la destra sia messa meglio o abbia un programma più chiaro, se non quello di appoggiare i forti e vessare i deboli, che è il suo comune denominatore. Il comune denominatore della sinistra, però, non è sostenere i deboli contro i forti. È piuttosto un caleidoscopio dove c’è dentro di tutto”.
Riepilogando cosa ci dicono queste Comunali?
“Che la rappresentazione di questa tornata amministrativa come la rivincita di Meloni è falsa. Non è sostenuta dai dati. Riflette un retropensiero degli operatori del sistema mediatico che hanno un costante riflesso governativo. Dall’altra parte, però, non possiamo nasconderci le magagne di un’opposizione che non è in grado di scaldare il cuore di quella parte di elettorato che potrebbe davvero fare la differenza e introdurre un punto di rottura, un’inversione di marcia rispetto a questi anni di governaccio”.
E questo al di là del fatto che molti hanno attribuito la responsabilità alla scelta di candidati con poco appeal, come nel caso di Martella a Venezia.
“Quella è stata una scelta burocratica, da apparato. La lezione americana dovrebbe insegnare qualcosa: laddove domina l’apparato dei democratici, non si vince, oppure si perde nonostante l’ondata del trumpismo. Laddove invece i territori esprimono figure di rottura rispetto alle logiche d’apparato, come a New York e in tante piccole ‘New York’ degli Stati Uniti, dove vincono outsider che non rappresentano le cricche ma bisogni reali, lì si vince. C’è un’enorme domanda di rottura dei giochi consolidati e delle logiche politiciste. Una domanda enorme che spesso viene tradita. E laddove è stata tradita, l’elettorato ha penalizzato”.