«Diritto non crimine». Il titolo del rapporto curato dalla Rete In Difesa Di e da Osservatorio Repressione, pubblicato a maggio 2026 dentro il progetto P.E.A.C.E. co-finanziato da CLIDEF e Civitates, è già la tesi ed è chiara: difendere ambiente e territori è un diritto costituzionale, e chi lo esercita oggi viene trattato come un criminale. La seconda edizione del report misura tre anni di legislazione d’urto contro il dissenso ecologista e restituisce un quadro in cui la criminalizzazione del conflitto è diventata un programma di governo dichiarato.
La legge 22 gennaio 2024 n. 6, la cosiddetta legge Sangiuliano, ha inaugurato il ciclo. Per chi distrugge o deteriora beni culturali si introduce una sanzione amministrativa da 20mila a 60mila euro, per chi li imbratta da 10mila a 40mila euro, irrogabile direttamente dal prefetto. Il 13 febbraio 2024, due settimane dopo l’entrata in vigore, un attivista di Ultima Generazione che aveva incollato fotografie dell’alluvione di Campi Bisenzio sulla teca della Venere agli Uffizi si vede recapitare 20mila euro di multa.
Quindici mesi più tardi arriva il decreto-legge n. 48 dell’11 aprile 2025, convertito nella legge 9 giugno 2025 n. 80: 14 nuovi reati, 9 aggravanti. L’articolo 14 trasforma il blocco stradale col proprio corpo da illecito amministrativo in reato penale, fino a un mese di reclusione per il singolo, da sei mesi a due anni se più persone riunite. L’articolo 19 aggrava la pena per resistenza a pubblico ufficiale «al fine di impedire la realizzazione di infrastrutture destinate all’erogazione di energia, di servizi di trasporto, di telecomunicazioni». L’articolo 26 introduce il reato di rivolta in istituto penitenziario, incluse le «condotte di resistenza passiva».
Decreti Sicurezza, l’architettura del controllo
Sul terreno la repressione gira su tre binari paralleli. Il primo è penale: i pubblici ministeri contestano interruzione di pubblico servizio (art. 340 c.p.), imbrattamento, violazione del foglio di via, che il decreto Caivano del settembre 2023 ha sestuplicato nel minimo, portandolo da uno a sei mesi. Il secondo è amministrativo: fogli di via obbligatori, daspo urbani, sorveglianza speciale, irrogati dai questori sulla base di una pericolosità sociale presunta.
Ultima Generazione dal 2021 ha ricevuto 399 fogli di via, Extinction Rebellion ne registra decine emessi a Roma, Bologna, Brescia, Venezia, Padova. Il terzo è patrimoniale: multe penali fino a 10mila euro per il danneggiamento in piazza, e le richieste risarcitorie milionarie del cosiddetto «processo Sovrano» No Tav, in cui il governo si è costituito parte civile chiedendo i costi degli straordinari delle forze di polizia.
Una svolta autoritaria sotto vetro internazionale
Il 16 dicembre 2024 il Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa Michael O’Flaherty ha scritto al presidente del Senato Ignazio La Russa chiedendo di non approvare il testo se non sostanzialmente modificato. La Russa, dal canto suo, ha respinto la lettera come «inaccettabile interferenza». Sei giorni prima, il 14 dicembre, 100mila persone con 200 sigle avevano attraversato Roma contro il provvedimento. I rilievi del Consiglio d’Europa si sommano a quelli della Relatrice Onu Mary Lawlor e a quelli del Relatore speciale Onu per l’ambiente Michel Forst, che nelle linee guida del novembre 2025 ha esplicitamente raccomandato all’Italia di astenersi dal criminalizzare la protesta ambientale pacifica. Il governo è rimasto sordo.
Il 22 e 23 marzo 2026 il No al referendum sulla separazione delle carriere è passato con il 53,75% contro il 46,25%: un voto che chiude la stagione delle leggi-bavaglio. Resta intatto, però, l’apparato che quella stagione ha costruito. Una magistratura che continua ad assolvere per particolare tenuità del fatto e a disapplicare i fogli di via senza motivazione argina la deriva caso per caso, sentenza per sentenza. L’argine politico, quello sì, qualcuno dovrebbe alzarlo.