Il 31 dicembre 2025 è scaduta la quarta proroga dello scudo erariale firmata dal governo Meloni. Misura introdotta da Conte nel 2020 come deroga emergenziale di un anno, oggi è un pezzo strutturale del diritto amministrativo: limita la responsabilità degli amministratori al solo dolo, copre anche gli appalti finanziati con fondi Ue. Il ddl Foti in discussione al Parlamento la rende permanente.
Ma mentre il ddl smonta la magistratura contabile, sul Journal of Economic Behavior and Organization di marzo 2026 è uscito uno studio peer-reviewed che certifica una cosa scomoda: i controlli antimafia italiani sono l’unico strumento che ha funzionato.
Lo firmano Marco Di Cataldo, Elena Renzullo e Andrés Rodríguez-Pose della London School of Economics e di Ca’ Foscari. Hanno incrociato i decreti del Ministero dell’Interno sugli scioglimenti per mafia ex articolo 143 del Tuel con i dati Opencoesione su 1,5 milioni di progetti tra il 2007 e il 2020 in cinque regioni: Basilicata, Calabria, Campania, Puglia, Sicilia. I comuni governati da giunte poi sciolte per infiltrazione ricevono in media il 93% in meno di fondi Ue destinati al municipio. E lo fanno non per disattenzione di Bruxelles ma per scelta delle stesse giunte.
Il meccanismo va spiegato con calma. Le amministrazioni infiltrate non sono incompetenti: lo studio verifica titoli di studio ed esperienza politica e non trova differenze. Scelgono soltanto progetti sotto i 150.000 euro, la soglia oltre la quale scatta la certificazione antimafia prevista dal Codice antimafia. Il 22% in meno di progetti grandi. Settori colpiti: servizi sociali, trasporti, costruzioni, rifiuti. La mafia fa shopping sotto soglia perché al di sopra qualcuno controlla.
Il governo intanto…
Lo scudo erariale, in vigore da cinque anni, è la prima rete tagliata: senza colpa grave la Corte dei Conti non può perseguire chi firma un appalto sospetto se non prova il dolo, prova quasi impossibile. Il presidente Guido Carlino, all’inaugurazione dell’anno giudiziario 2024, ha detto che la proroga era “non necessaria”. La Corte costituzionale, con sentenza 132/2024, l’ha salvata solo come eccezione transitoria. Il governo l’ha reiterata e ora il ddl Foti la rende ordinamento.
Sopra c’è tutto il resto. Il rendiconto di Palazzo Chigi firmato da Meloni a giugno 2025 registra il taglio del Fondo comuni marginali da 163 a 20 milioni e del fondo per gli ecosistemi di innovazione al Sud da 70 a 33 milioni. Foti rivendica la quota Sud del Pnrr al 40%, pari a 59,3 miliardi sulla carta, ma i comuni meridionali hanno anticipato dal proprio bilancio 3,2 miliardi secondo l’ultimo report della Corte dei Conti. Le commissioni d’accesso le insedia il Viminale: a Bari la commissione partì tre mesi prima del voto del 2024 e si chiuse senza scioglimento un anno dopo.
Quattrocentodue comuni
Il dossier “Il male in Comune” presentato il 2 dicembre 2025 alla Fnsi da Roberto Montà di Avviso Pubblico li ha contati: 402 scioglimenti per mafia dal 2 agosto 1991 al 30 settembre 2025, un comune al mese per trentaquattro anni, il 96% in Calabria, Campania, Sicilia e Puglia. Il presidente dell’Anac Giuseppe Busia, nella prefazione, parla di “radicamento del crimine organizzato” nelle istituzioni.
E l’argine, in questo momento, lo sta abbassando proprio il legislatore. Da una parte uno studio peer-reviewed che dimostra come la legge 164/1991 abbia funzionato per trentaquattro anni. Dall’altra una maggioranza che proroga lo scudo erariale, svuota la Corte dei Conti, taglia i fondi al Sud. Quattrocentodue scioglimenti dicono che il problema esiste. Il governo risponde rendendo più conveniente restare sotto i centocinquantamila euro.