Anni di promesse sull’Ambiente in pasto alle trivelle. La sostenibilità non è più un’emergenza. E dal Green all’ecodisastro il passo è breve

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“Chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo?” nessuna domanda ontologica sul senso della vita, ma un quesito a cui trovar risposta circa la nostra autonomia italiana per ciò che concerne la produzione e lo stoccaggio di gas.

L’Italia si approvvigiona per ben il 45% di gas dalla Russia

Com’è noto, il nostro Paese si approvvigiona per ben il 45% di gas dalla Russia che ha sempre abilmente esercitato, forte di questa nostra manifesta dipendenza, un ricatto al quale ci siamo supinamente arresi nel corso delle precedenti stagioni politiche. Essenziale non rimuovere il dato di partenza che determina oggettive difficoltà ad emanciparci compiutamente: l’Italia non possiede giacimenti di idrocarburi in grado di rispondere all’ingente fabbisogno nazionale di industrie e famiglie.

Il governo è dunque chiamato oggi a trovare delle soluzioni all’emergenza che la guerra in Ucraina sta determinando anche per noi italiani. Ciò potrà avvenire – come accaduto anche durante la pandemia – in sede europea e in ambito nazionale attraverso l’introduzione di “ristori” combinato a sgravi fiscali. Queste misure devono essere però accompagnate dall’elaborazione di una visione del nostro Paese che generi un modello al passo con i tempi e non attinga con autolesionismo a modelli fallimentari del passato che danneggerebbero anche la nostra credibilità europea.

Le centrali a carbone e le trivelle nell’Adriatico cancellerebbero le conquiste fatte finora in materia di ecosostenibilità

Quando Draghi parla della necessità di riavviare le centrali a carbone, o si allude a uno sconsiderato uso delle trivelle nell’Adriatico che fa apparire la Croazia come uno Stato virtuoso capace di approfittare di un’opportunità da noi non colta, si cancellano quelle piccole ma grandi conquiste fatte in materia di ecosostenibilità e creazione di energie alternative.

La riduzione dello sfruttamento di quei giacimenti del Mare Adriatico, avuti durante il primo governo Conte con una Lega che andava dietro al Movimento Cinque Stelle, sono stati un successo che il Pitesai (Piano per la transizione energetica sostenibile delle aree idonee) ridimensiona. Nessuno vuole guardare alle esigenze economico-sociali attraverso il filtro dell’ideologia ambientalista, ma le tematiche climatiche non posso essere usate solo quando si tratta di raccogliere voti.

L’obiettivo del Pitesai era in perfetta sintonia con l’European Green Deal che prevede per gli Stati membri l’azzeramento delle emissioni climalteranti entro il 2050 ma la mappa che è stata disegnata indicante le aree idonee alle trivellazioni autorizza interventi che mettono a rischio delle aree che invece andrebbero protette, come sta accadendo in Sicilia.

Le buone intenzioni alla base del piano sono state tradite nel documento licenziato con una superficialità che non possiamo permetterci. Sarebbe necessario oggi più che mai, affinché i rischi di un danno ambientale non diventino certezze, avviare una trattativa tra lo Stato e le Regioni affinché questo possa recepire le criticità e peculiarità di ogni singola realtà per calibrare in maniera non ideologica esigenze climatiche ed economiche. Ammesso che a qualcuno stiano ancora a cuore.