L’antimafia assente in tv. Per i grandi network il tema non tira. Ma Report dimostra il contrario

Report Ranucci
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La frase di Borsellino ce la ricordiamo tutti: «Parlate della mafia. Parlatene alla radio, in televisione, sui giornali. Però parlatene». Di mafia, infatti, se ne deve parlare il più possibile e in tutte le sue declinazioni, bisogna renderla visibile e identificabile. Questa frase, pronunciata dal magistrato trent’anni fa come invito a squarciare il velo di omertà che avvolge il nostro Paese, ha reso ben chiaro come le mafie vivano e si nutrano di oscurità.

Lo stesso concetto, in fondo, vale anche per la tutela della democrazia e per il ruolo della stampa nel portare alla luce i fatti più opachi delle istituzioni. In Sicilia, dopo le varie stragi e gli attentati di via Capaci e via D’Amelio, lo Stato ha compreso questa lezione; da quegli anni bui in poi, infatti, tanti magistrati e uomini dello Stato, ma anche tanti giornalisti, si sono adoperati per rendere il fenomeno il più visibile possibile.

Molti cronisti sono morti per questo loro impegno, ma il loro sacrificio è servito a rendere ancor più complicata la vita alla criminalità organizzata. Ma l’antimafia calabrese non ha tratto lezione da quella siciliana, così come il suggerimento di Borsellino non sembra essere stato accolto in questa regione. Come ha scritto recentemente il giornalista Attilio Bolzoni parlando della morte del giornalista Mario Francese e del suo essere un simbolo, la sua grandezza stava nell’anticipare le inchieste giudiziarie, nel capire da dove proveniva la puzza di bruciato, nell’indicare la strada. Esattamente quello che dovrebbe fare un giornalista che si occupa di questi dossier. Ma benché la ‘ndrangheta sia la mafia più potente e globalizzata, viene trattata come un fenomeno estremamente locale, spesso considerato quasi come “etnico”.

È una mafia senza volti, priva di narrazione e di suggestioni immaginifiche. Per questo è anche così poco televisiva e finisce nelle “brevi” di cronaca. La cosa che però fa specie è come spesso sia lo Stato stesso a consolidare questo percorso. Cito due episodi che lasciano perplessi: qualche giorno fa l’inchiesta “Faust” della Procura di Reggio Calabria ha scoperchiato il tema delle connessioni elettorali, del rapporto malsano fra mafia e politica. Secondo quanto ricostruito con precisione e minuzia dagli inquirenti, il sindaco Giuseppe Idà avrebbe chiesto i voti al clan Pisano – premesso e ribadito che le accuse dovranno essere dimostrate. Una notizia di interesse pubblico che coinvolge politici, mafiosi, colletti bianchi.

Ma mentre è stato possibile identificare il volto del sindaco sparato su tutti i tg, una legge sulla privacy consente di “tutelare” gli affiliati alla cosca. Quello che vale per il colletto bianco non vale per i mafiosi. Quale sarebbe la logica? Un altro episodio riguarda il maxiprocesso Rinascita Scott, per il quale sono venute troupe da tutto il mondo. Ebbene, cosa ha deciso lo Stato? Di impedire le riprese! Una decisione incredibile, quando poi sono gli stessi uomini dello Stato a invocare una sensibilizzazione dell’opinione pubblica sulla ‘ndrangheta. Talvolta si accusa in modo strisciante il popolo siciliano o quello calabrese di essere complici, poi si adottano provvedimenti che certo non aiutano la presa di coscienza e che sono avulsi da qualsiasi logica narrativa.

La lezione di Borsellino e Falcone andrebbe seguita anche consentendo a chi veicola i messaggi di operare con tutti gli strumenti del caso. Dunque, anche i grandi network nazionali danno poco spazio all’emergenza mafia. Pare essersi diffusa la convinzione che il tema della criminalità organizzata non tira. Ma è davvero così? Sfatiamo subito il mito degli ascolti. Report con una puntata dedicata alla trattativa Stato-mafia ha conseguito quasi 3 milioni di telespettatori e uno share dell’11,5%. Ma Sigfrido Ranucci (nella foto) e la sua squadra non sono l’unica rarità. Rai Uno da qualche anno manda in onda una serie estiva in seconda serata sulle storie di criminalità organizzata come Cose Nostre, dedicato ai giornalisti vittime di minacce e condotto dalla brava Emilia Brandi.

Un format curato sia nella grafica che nei contenuti che meriterebbe più continuità. Paolo Liguori su TgCom24 approfondisce con ospiti in studio nel suo Fatti e Misfatti i temi della ‘ndrangheta, intervistando magistrati come Federico Cafiero de Raho, Sebastiano Ardita, Otello Lupacchini e altri. Anche il Tg2 di Gennaro Sangiuliano ospita spesso, nello spazio Tg2 Post, i commenti di icone della giustizia come Nicola Gratteri e Nino Di Matteo.