Azzurri da urlo

Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on telegram

di Marco Castoro

Il primo bacio non si scorda mai. Così come il primo amore o la prima partita di calcio. Se poi ti capita di vedere da bambino in diretta Italia-Germania 4-3 fino alle tre di notte, sbirciando la tv con gli occhi spalancati che fanno capolino fuori dalle coperte rimboccate dalla mamma, capisci che anche il calcio è un amore che ti accompagnerà per tutta la vita. E così è stato. Un amore per la Nazionale azzurra, le cui leggendarie imprese sono in mostra a Roma fino al 27 luglio all’interno dell’Auditorium Parco della Musica. Le maglie storiche, i documenti e i trofei vinti in 104 anni di storia, tra i quali ci sono ben 4 coppe del mondo. E siamo alla vigilia dei Mondiali in Brasile. Quindi, se non altro, è lecito sognare la quinta.

Le emozioni più belle
La storia degli Azzurri va raccontata con le gesta dei grandi personaggi che hanno indossato la maglia o si sono meritati il titolo di Ct. Il commissario tecnico. Da non confondere con gli allenatori di club. Pozzo, Bearzot e Lippi sono i vincitori. Valcareggi, Sacchi e Zoff ci sono andati vicino. Mentre Fabbri, Trapattoni, Donadoni, Maldini sono stati spesso al centro delle critiche. Cesare Prandelli è il 48° Commissario tecnico.
Il Ct è il Ct. È lui che decide. Ti convoca o ti lascia a casa. Diventa il vero arbitro della tua carriera. Perché puoi vincere scudetti, coppe, classifiche dei cannonieri con il club, ma se non giochi almeno un Mondiale, un Europeo, e magari sei pure un campione di una grande nazionale, la tua carriera resta monca se non vinci nulla con quella maglia. Il pensiero va a Lionel Messi che con l’Argentina è ancora atteso alla definitiva consacrazione. Per essere accostato a Maradona deve vincere il Mondiale. Nell’immaginario collettivo del tifoso (quello vero che non ha niente a che vedere con gli ultrà) il gol di Diego all’Inghilterra vale più di tutti quelli segnati con la casacca del Napoli. Di Gigi Riva e Gianni Rivera si ricordano le reti con il Cagliari che conquistò lo scudetto e con il Milan di Rocco e di Liedholm, ma i due dioscuri del calcio italiano non sarebbero tali senza quei gol segnati nei supplementari di Italia-Germania 4-3 di Mexico 70. Stesso discorso va fatto per i due Roberto, Boninsegna e Baggio. Il primo autore del gol del momentaneo pareggio nella finale dell’Azteca persa contro il Brasile di Pelè. Il secondo che si sbloccò ai Mondiali negli Usa con la doppietta nel finale alla Nigeria, quando gli Azzurri erano a un passo dall’eliminazione. La squadra di Sacchi arrivò a giocarsi la finale ai rigori contro il Brasile. E furono proprio quei maledetti tiri dal dischetto di Baresi e dello stesso Baggio a farci perdere la Coppa del Mondo.

Ricordi di rigore
La storia della Nazionale è costellata dai rigori. Portatori sani di emozioni. Di trionfi e di rovine. Due impostori direbbe Kipling. Ma alla fine la lotteria dei penalty fa ruotare la sorte e scrive la storia. Nessun appassionato di calcio dimenticherà mai gli errori di Donadoni a Italia 90, di Baggio e Baresi a Usa 94, di Di Biagio ai mondiali francesi. Come non si dimenticheranno mai i rigori siglati da Totti contro l’Olanda agli Europei (con il cucchiaio) e all’Australia a tempo scaduto in Germania; o quello di Grosso che a Berlino ci consentì di vincere la quarta Coppa del Mondo. Corsi e ricorsi storici.

L’urlo di Tardelli
Senza nulla togliere all’Italia di Lippi o a quella di Rivera, i cuori azzurri continuano a battere di più per l’impresa della Nazionale di Bearzot in Spagna. I tre gol di Paolo Rossi al Brasile, l’urlo di Tardelli dopo la rete del 2-0 nella finale contro la Germania (partita poi vinta 3-1), le marcature asfissianti di Gentile su Maradona e su Zico resteranno scolpiti nella memoria di ciascun appassionato di calcio. E tutti ricorderemo sempre dove e come li abbiamo visti.