Barcellona, c’era una volta il club modello

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di Luca Manes per Pagina99

Al Barcellona di questi tempi un problema tira l’altro, almeno dal punto di vista societario. È notizia degli ultimissimi giorni che alla super-potenza calcistica catalana è stato imposto il divieto di operare nelle prossime due sessioni di mercato. La punizione è stata inflitta dal massimo organo del football mondiale, la Fifa, poiché i blaugrana non hanno rispettato le regole internazionali sul tesseramento di minorenni di nazionalità straniera. Sono 10 i baby campioni andati ad arricchire la cantera (il vivaio) del Barcellona violando le normative in materia, dal coreano Lee Seung-woo (ritenuto già da molti addetti ai lavori un fenomeno), a un nutrito gruppo di stelline di origine camerunese. I trasferimenti di under 18 sono permessi solo all’interno dell’Unione europea (il limite in quel caso si abbassa a 16 anni), se i ragazzi sono residenti a non più di 50 chilometri dal confine del Paese dove si trova la loro nuova squadra, oppure perché a spostarsi, per ragioni di lavoro verificabili, sono i loro genitori. Tanto per intenderci, se queste regole così ferree fossero state in vigore nel 1999, il Barça non avrebbe potuto andare a prendersi direttamente in Argentina un allora tredicenne Leo Messi e un bel segmento di storia dello sport più popolare del pianeta sarebbe senza dubbio mutato.

Il club catalano ha già inoltrato ricorso contro il provvedimento e ha comunicato di voler arrivare fino alla Corte di Arbitrato Sportivo per far valere le proprie ragioni. Difficile però che si riesca a strappare una piena assoluzione, al massimo si può prevedere qualche sconto. Anche perché sembra che il Barcellona fosse stato “avvertito” dalla Fifa, che ha monitorato la situazione per un anno intero. Al di là dei prossimi sviluppi, è indubbio che l’immagine di società modello, gestita con precisione svizzera e bravissima a coltivare i suoi campioni nell’ormai celeberrimo centro tecnico della Masia ne esce parecchio ammaccata, soprattutto perché questa storia segue di pochi mesi l’affare Neymar

Il club catalano è infatti anche sotto inchiesta per frode fiscale, dal momento che si è scoperto che il costo dell’operazione per portare l’asso brasiliano al Nou Camp non era di 57,1 milioni di euro, come dichiarato ufficialmente l’estate scorsa, bensì di 86,2. La differenza sarebbe andata in commissioni e prebende varie, soprattutto per la società che fa capo al padre dello stesso Neymar. Peccato che questi emolumenti inizialmente non dichiarati si sospetti che sarebbero stati pagati in “nero”, per cui al fisco spagnolo sarebbero mancati all’appello oltre 10 milioni di euro. Una cifra abbondantemente saldata con il versamento volontario di 13,5 milioni di euro materializzatosi solo quattro giorni dopo l’apertura del procedimento in capo alla società sportiva catalana. Se non è un’ammissione di colpa, poco ci manca.

A scoperchiare il vaso di pandora sull’acquisto di Neymar è stato Jordi Cases, uno dei 130mila soci del Barça, che per primo ha denunciato la scarsa trasparenza e le magagne dietro all’acquisto di una delle stelle del prossimo Mondiale. Sandro Rossell, il presidente in carica al momento del fattaccio (e verosimilmente regista di tutta l’intricata ragnatela di elargizioni) si è dimesso alla fine dello scorso gennaio, travolto dalle polemiche.

Sono lontani i tempi di quando il Barcellona metteva di tasca sua un milione di euro l’anno per portare sulla sua maglia, fino allora immacolata, il logo dell’Unicef. Dal 2011 sulle strisce verticali rosse e blu campeggia la scritta “Qatar Foundation”, frutto di una accordo quinquennale del valore di 150 milioni di euro. Sarà anche “més que un club”, ovvero il simbolo del popolo catalano che lo gestisce in prima persona tramite decine di migliaia di soci-tifosi, ma il Barça per pagare il monte salari più alto al mondo (oltre 220 milioni a stagione) e far fronte al debito di 331 milioni qualche compromesso lo ha dovuto pur fare. E di recente ha decisamente esagerato…

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