Brogli elettorali a Reggio Calabria. C’era un’intesa tra gli scrutatori. Accelera l’inchiesta sulle Comunali di fine settembre. Ma il sindaco dem Falcomatà prova a resistere

Giovanni Bombardieri
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Si allarga sempre di più l’inchiesta sui presunti brogli elettorali nelle ultime elezioni amministrative a Reggio Calabria. Dopo gli arresti del consigliere comunale Antonino Castorina, del Pd, e di un presidente di seggio, Carmelo Giustra, la Procura diretta da Giovanni Bombardieri (nella foto) ha inviato altri 29 avvisi di garanzia.

IL CASO. A finire inscritti sul registro delle notizie di reato sono stati scrutatori e segretari di seggi in determinate sezioni elettorali. Ai 29 il sostituto procuratore Paolo Petrolo e il procuratore aggiunto Gerardo Dominijanni hanno fatto notificare l’informazione di garanzia e un invito presentarsi, per interrogarli a partire da domani. Secondo gli inquirenti, gli indagati, nella loro qualità di scrutatori o segretari di seggio, avrebbero, in concorso con Castorina, alterato i registri e le liste elettorali, annotando falsamente sugli stessi che diverse persone avevano votato a seguito di identificazione per “conoscenza personale”, mentre in realtà quelle persone non si erano mai recate ai seggi il 20 e 21 settembre scorso.

I 29 sono inoltre accusati di aver alterato le schede elettorali. Nel mirino, nello specifico, ci sono sette sezioni su cui ha fatto una serie di riscontri gli investigatori della Digos. E gli inquirenti vogliono accertare chi effettivamente, tra i componenti del seggio, abbia registrato alcuni presunti votanti con la formula “per conoscenza personale”. Al momento degli arresti di Castorina e Giustra, entrambi messi ai domiciliari, gli investigatori hanno sostenuto di aver scoperto un “complesso meccanismo volto ad eludere la regolare manifestazione del voto”.

LE REAZIONI. Un brutto colpo per il sindaco dem Giuseppe Falcomatà, che a settembre è riuscito a ottenere la difficile riconferma e così un secondo mandato, sconfiggendo le destre che, con la Lega in testa, intendevano piantare le loro bandiere a Reggio Calabria. Il primo cittadino, dal momento degli arresti, sta cercando di resistere, sostenendo che ora fondamentale è rinsaldare il rapporto di fiducia tra amministratori e cittadini e rilanciare l’azione politica. Le polemiche però sono comprensibilmente numerose.

“Ricordate di come a Reggio Calabria, alle ultime comunali, secondo le accuse della Procura avrebbero finanche fatto votare due elettori morti pochi giorni prima del voto? Bene, ora l’inchiesta si allarga e altri 29 avvisi di garanzia raggiungono operatori ai seggi. Se le elezioni risultano inquinate, la democrazia è finita”, ha sostenuto ieri il pentastellato Nicola Morra, presidente della commissione parlamentare antimafia, che da settimane sta battendo sul caso di Reggio Calabria.

A fargli eco il massmediologo Klaus Davi, che a settembre era tra i candidati a sindaco nel capoluogo calabrese. “Dallo schifo che emerge, voti taroccati, parentele hot con killer della ‘ndrangheta non comunicate agli elettori, carte da bollo manipolate, appalti affidati ad amici dei De Stefano – sostiene Davi – un’aberrazione della gestione del potere arrogante e miope, si può evincere una cosa sola: a Reggio Calabria si deve tornare a votare”. La stessa richiesta che dopo gli arresti hanno subito fatto le opposizioni, che non si lasciano sfuggire l’occasione di un possibile secondo round. Il centrosinistra sta provando a resistere. Gettare la spugna aprirebbe facilmente le porte del Comune alle destre e i dem non vogliono correre il rischio. Occorrerà però vedere fino a quando la resistenza sarà possibile alla luce di un’inchiesta come quella in corso.