Il 16 giugno 2026 lo Stato ha messo i sigilli a se stesso. Il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Firenze, su richiesta della Procura, ha disposto il sequestro preventivo di sette sezioni del carcere di Sollicciano: le sezioni 1, 2 e 7del reparto giudiziario maschile, le 9, 10 e 12 del penale, più l’area “Accoglienza”. Non era mai accaduto in Italia. E il meccanismo giuridico dice già tutto: quei reparti sono stati trattati come luoghi di lavoro, e su un luogo di lavoro valgono regole di igiene, abitabilità e sicurezza degli impianti che lì dentro mancavano.
A far scattare l’inchiesta, condotta da Squadra mobile, Guardia di finanza e tecnici della ASL, sono stati oltre 300 ricorsi presentati dai detenuti ai magistrati di sorveglianza. Dentro quelle celle si gela d’inverno e si soffoca d’estate, l’acqua calda spesso non arriva, ci sono cimici nei materassi, umidità e impianti elettrici fatiscenti. Su 502 posti regolamentari ne risultano disponibili 369, eppure i detenuti registrati erano 641. Nel 2025 a Sollicciano si sono tolti la vita quattro reclusi, un altro il 29 gennaio scorso. La procuratrice Rosa Volpe ha disposto il trasferimento di oltre 200 persone, metà dei reclusi delle sezioni maschili: vanno spostate, perché quei luoghi non possono più ospitarle.
Le promesse e il cantiere che non c’era
Torniamo indietro, al 21 marzo 2025, sempre lì: Antigone e Magistratura democratica visitano Sollicciano e ne chiedono la chiusura immediata. Il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria non si muove. La legge di bilancio 2025 stanzia 9 milioni per riqualificare l’istituto, e il Dap affida la progettazione dei lavori soltanto il 15 maggio 2026, sul degrado denunciato da anni. Intanto il ministro Carlo Nordio ritiene la cosa risolvibile in fretta: «Entro il 2026 il problema del sovraffollamento sarà risolto», dice. Il suo piano carceri promette 10.676 nuovi posti entro dicembre 2027. Susanna Marietti, coordinatrice di Antigone, lo legge così: “Il governo non vuole regole, non gradisce controlli”.
I numeri spiegano perché. Al 30 aprile 2026, secondo il XXII Rapporto di Antigone, nelle carceri italiane c’erano 64.436 detenuti su 46.318 posti effettivi: tasso reale al 139,1%, 73 istituti oltre il 150%, 8 oltre il 200%. Da quando è partito il piano i posti disponibili sono calati di 537. La criminalità, intanto, cala: i reati nei primi mesi del 2025 sono scesi dell’8%. A crescere sono i reati: 55 nuovi, introdotti dal governo Meloni dall’inizio della legislatura. E le celle si riempiono.
L’Italia vista da Strasburgo
Il confronto europeo inchioda. Nelle statistiche penali Space del Consiglio d’Europa, aggiornate al 31 gennaio 2025, l’Italia conta 121 detenuti ogni 100 posti: peggio fanno solo Turchia e Francia (131) e la Croazia (123). Un anno prima l’indice italiano era 118, e cresce mentre la media dei sistemi vicini al pieno resta ferma. Non è una sorpresa piovuta dal cielo. L’8 gennaio 2013, con la sentenza pilota Torreggiani, la Corte europea dei diritti dell’uomo aveva già condannato l’Italia per trattamento inumano: celle sotto i tre metri quadri, acqua calda assente. La stessa partita è già davanti alla Corte costituzionale, che sulle condizioni di Sollicciano si pronuncerà a settembre. Tredici anni dopo, le stesse parole tornano dentro un decreto di sequestro.
Per anni il Dap, i ministri e le cabine di regia hanno annunciato fondi e scadenze, mentre i giudici raccoglievano testimonianze. A riaffermare un limite minimo di dignità è stata una Procura, non il governo che chiedeva legalità. Lo Stato ha dovuto mettere i sigilli a se stesso. Il sovraffollamento risolto entro l’anno, intanto, resta una frase pronunciata davanti a un carcere che un tribunale ha dichiarato inabitabile.