Carceri italiane come lager. Lo Stato condannato a pagare

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di Clemente Pistilli

Dopo la pesante condanna inflitta all’Italia dalla Corte europea di Strasburgo, che ha bollato come inumano e degradante il trattamento riservato a molti detenuti nelle carceri italiane, ora sono gli stessi giudici del Belpaese a condannare il Ministero della giustizia per quanto accade dietro le sbarre nei sovraffollati e insufficienti penitenziari della penisola. Emblematica in tal senso l’ordinanza emessa dal giudice di sorveglianza di Lecce, appena confermata dalla I sezione penale della Corte di Cassazione. Il dicastero di via Arenula dovrà risarcire un detenuto, recluso insieme ad altri due in una cella di 11 metri quadrati e mezzo, con una sola finestra, un bagno privo di acqua calda, riscaldamento funzionante soltanto un’ora la sera, letti a castello con il più alto a distanza di appena cinquanta centimetri dal soffitto.

Il caso
Andrea S., 42 anni, trovatosi a vivere un inferno in una cella angusta e priva dei minimi servizi, ha presentato reclamo al magistrato di sorveglianza di Lecce, ottenendo un risarcimento. Il giudice ha condannato il Ministero della Giustizia a indennizzare il detenuto con 2.600 euro, cifra minima ma simbolica, visto che è stato riconosciuto che il 42enne sarebbe stato leso nei propri diritti con il trattamento a lui riservato dietro le sbarre, dove in pochi metri quadrati, tra l’altro, è stato obbligato a stare per ben diciotto ore al giorno. Il magistrato di sorveglianza ha riscontrato la “mancanza di uno spazio minimo vitale” e la relativa “violazione del diritto fondamentale del detenuto, previsto dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali”.
Inutile il ricorso del Ministero. L’ordinanza impugnata è stata confermata dalla Suprema Corte.

Il rapporto Antigone
La drammaticità della vita nelle celle italiane emerge con forza dal rapporto stilato dall’associazione “Antigone”, che da anni si occupa di tale problema. Le criticità maggiori riscontrate sono quelle del sovraffollamento e della carenza di personale addetto ai diversi istituti. Qualche esempio? Nel carcere di Canton Mombello, a Brescia, nelle varie sezioni l’associazione parla di uno stato di “evidente fatiscenza”, di intonaci scrostati, infissi rugginosi, di cinque persone in spazi da 8-9 metri quadrati, dove frequenti sono i casi di autolesionismo e i tentativi di suicidio, a Busto Arsizio manca persino il cibo, a Venezia l’affollamento è superiore al 200% e a Bologna i detenuti sono di tre volte superiori alla capienza regolamentare, con una situazione sanitaria considerata difficile e casi di tubercolosi. E ancora: a Rebibbia water vicino alla cucina, a Poggioreale in sedici in una cella, con un solo bagno, a Catania Bicocca temperature insopportabili, all’Ucciardone gli “ospiti” privi della possibilità di stare all’aperto per 20 ore su 24. Paradossalmente stanno meglio quanti si trovano reclusi nella ex colonia agraria di Gorgonia: lavorano tutti e stanno sempre all’aria aperta.

Dubbi di costituzionalità
La Costituzione prevede che le pene non possono “consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere a rieducare il condannato”. Lo stato delle carceri sembra così violare anche la Carta e su tale fronte si è espresso il Tribunale di Sorveglianza di Venezia. Un detenuto veneto di 48 anni, Paolo N., aveva fatto ricorso al magistrato di sorveglianza, chiedendo un differimento della pena alla luce delle condizioni impossibili in cui si trovava nel carcere di Padova, dove a fine dicembre scorso erano presenti 226 detenuti quando il numero massimo previsto è di 104. Paolo N. ha ricordato che nelle celle c’erano una media di 9-11 persone e che lo spazio a sua disposizione era inferiore ai tre metri quadrati. Vistasi respingere l’istanza, il 48enne ha fatto reclamo e il Tribunale di Sorveglianza di Venezia ha inviato il caso alla Corte Costituzionale, ritenendo che non è peregrina l’ipotesi che l’articolo 147 del codice penale, non prevedendo il differimento della pena in caso di strutture sovraffollate in cui la situazione è contraria ai principi di umanità, possa essere in contrasto con la Costituzione. Un’idea che i giudici specificano aver maturato anche alla luce di provvedimenti, che accolgono richieste simili a quelle fatte da Paolo N., presi nel 2009 dalla Corte federale della California e da quella tedesca.