In una caserma della polizia di Bengasi, Domenico Centrone e Leonarda “Dina” Alberizia hanno ottenuto il permesso di farsi una doccia e cambiarsi d’abito. Lo ha negoziato il console generale Filippo Colombo durante la prima visita, la sera del 27 maggio 2026. Lui ha 33 anni e insegna a Molfetta, lei ne ha 67 ed è stata per trent’anni educatrice dei servizi del Comune di Torino. Per le autorità della Cirenaica sono due clandestini, fermati con l’accusa di ingresso illegale.
La stessa Bengasi è il posto dove l’Italia sta per aprire un centro di coordinamento dei soccorsi in mare, finanziato con fondi europei. Lo aveva scritto a gennaio il quotidiano tedesco nd, lo conferma l’inchiesta di IrpiMedia del 3 giugno sul nuovo accordo tecnico della missione Eunavfor Med Irini, reso pubblico il 28 maggio dall’ong britannica Statewatch. Qui da noi si chiama cooperazione.
Due cittadini, una carovana
Il Global Sumud Land Convoy è partito il 15 maggio, giorno della Nakba: oltre 200 persone da più di 25 Paesi, una trentina di mezzi, 7 ambulanze, 20 case mobili, 10 camion di aiuti diretti a Gaza via Rafah. Il 24 maggio il convoglio si è fermato nei pressi di Sirte, sulla linea 5+5 che divide l’ovest dall’est libico. Dieci attivisti hanno superato il posto di blocco per trattare il passaggio del resto della carovana. Da lì sono finiti in cella a Bengasi.
A trattenerli sono le milizie del generale Khalifa Haftar, l’uomo forte della Cirenaica. Oltre ai due italiani ci sono una spagnola, una polacca, una statunitense, un uruguaiano, due argentini, una portoghese e un tunisino. Il 2 giugno il procuratore di Bengasi ha prolungato la custodia cautelare fino alla prossima udienza, e all’accusa di ingresso illegale si sarebbe aggiunta quella, più grave, di manifestazione illegale. Gli altri italiani del convoglio, una settantina di chilometri più indietro, sono già rientrati a Fiumicino. I dieci avevano superato il confine solo per negoziare un passaggio sicuro.
La regia italiana a Bengasi
Per anni l’Italia ha addestrato e finanziato i libici passando da Tripoli, il governo riconosciuto dall’Onu. Adesso il raggio si allarga a est. Il documento riservato del Consiglio dell’Unione cita la formazione delle “istituzioni libiche”: una formula che a marzo 2025, nel rinnovo di Irini fino al 2027, ancora diceva “guardia costiera libica”. A ottobre, intanto, Frontex ha ricevuto per la prima volta funzionari di Haftar. La frontiera europea scende sempre più a sud, e Bengasi è la nuova porta. Il modello c’è già: l’Mrcc di Tripoli, il centro di coordinamento costruito dall’Italia con il progetto Sibmmil, sempre con soldi di Bruxelles.
Del resto il 22 maggio Francia e Grecia hanno deciso di non rinnovare il compito che autorizzava Irini a ispezionare in mare le navi sospettate di trasportare armi, previsto dalla risoluzione Onu 2292 del 2016. Restano il pattugliamento e l’addestramento dei guardacoste. Già nel 2017 gli esperti dell’Onu segnalavano violenze sui migranti compiute anche dopo i corsi di formazione. Dieci anni dopo, Haftar deve diventare un partner affidabile, costi quel che costi.
Sulla sorte di Centrone e Alberizia il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha detto la cosa più rivelatrice: «Mi auguro che li possano espellere il prima possibile». Espellere. La parola che lo Stato italiano ha contribuito a insegnare alla Libia torna indietro, applicata a due suoi cittadini. La deputata Chiara Appendino (M5S) gli chiede di muoversi «non con le parole di circostanza», il sindaco di Torino Stefano Lo Russo (PD) si dice preoccupato. Dal governo, sui due, parla solo Tajani, e parla di espulsione. La macchina dei rimpatri che l’Italia ha aiutato a costruire a Bengasi adesso stringe due italiani, e l’unica speranza ufficiale è che li restituisca da clandestini.