Pochi secondi di comunicato sul caso di David Rossi. Tanto è bastato, scrive l’Unione delle Camere penali, per “consegnare all’opinione pubblica i nomi e i cognomi di due cittadini che la Costituzione impone di considerare innocenti”.
Il riferimento è a quanto accaduto lunedì 19 ottobre, quando il presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte del manager, Gianluca Vinci (FdI), ha letto in apertura di seduta i nomi di due persone che, secondo gli elementi raccolti, sarebbero coinvolte “con ruoli diversi” nella morte del capo della comunicazione di Mps, precipitato da Palazzo Salimbeni il 6 marzo 2013.
Uno sarebbe il mandante di un’azione intimidatoria, l’altro l’organizzatore. Poi la Commissione è passata in seduta segreta: secondo il resoconto della Camera, tutto si è chiuso in dieci minuti. Quei nomi, però, giravano sui social da domenica, anticipati dal giornalista Massimo Giletti. E la sera stessa Vinci li ha confermati in tv, su Rai 3.
Troppo, secondo la Giunta dell’Ucpi che ieri ha chiesto ai presidenti delle Camere di intervenire “affinché la Commissione riconduca la propria attività entro i limiti dei poteri che la Costituzione le attribuisce”. E pretende “piena luce sulla fuga di notizie, sulla diffusione di atti in possibile violazione degli obblighi di segreto e sulle modalità di conduzione dei lavori”.
Per i penalisti violato l’art.27 della Costituzione
Il punto, per i penalisti, è l’articolo 27 della Costituzione. “Nessuna procura della Repubblica ha mai iscritto quei due cittadini nel registro degli indagati”, scrivono. Non risultano ascoltati né destinatari di accuse formali. L’audizione, con avvocato e facoltà di non rispondere, è stata decisa dopo, “quasi fosse una concessione, quando la condanna mediatica era già stata pronunciata”.
Lo conferma lo stesso Vinci, che ad Avvenire ha precisato: “Non si tratta di soggetti indagati”. Entrambi respingono ogni addebito e uno ha già annunciato azioni legali.
Una Commissione d’inchiesta, ricorda l’Ucpi, “non accerta responsabilità penali, non esercita l’azione penale e non emette sentenze”. Al massimo trasmette gli atti ai magistrati, come Vinci ha annunciato di voler fare. Non li trasforma in una conferenza stampa.
Inoltre, se le ipotesi sono fondate, la divulgazione rischia di favorire “il coordinamento delle versioni”. Se sono infondate, i due restano marchiati comunque. E l’insindacabilità dei parlamentari rende difficile difendersi.
Le critiche non arrivano solo dagli avvocati. Il Pd aveva accusato Vinci di “protagonismo mediatico”, il M5S parla di “grave fuga di notizie”. Il legale della famiglia Rossi, Paolo Pirani, aveva chiesto prudenza: nessun colpevole a ogni costo. Vinci replica che è in corso “un tentativo maldestro di infangare la commissione”. I penalisti la chiamano in un altro modo: “un modello inedito di circo mediatico”, dove l’indagine non è ancora iniziata ma il colpevole è già stato indicato.