A New York, il 20 maggio, l’Italia ha votato insieme ad altri 140 Paesi la risoluzione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite che fa proprio il parere della Corte internazionale di giustizia: proteggere il clima è un obbligo giuridico degli Stati. Contro hanno votato in 8, fra cui Stati Uniti e Russia.
A Roma la prima causa climatica contro lo Stato italiano aspetta invece da più di cinque anni che un giudice accetti di guardarla nel merito. Mercoledì la Corte d’Appello di Roma ha ripreso in mano Giudizio Universale, l’azione promossa dall’associazione A Sud con altre 24 associazioni e più di 200 ricorrenti, minori compresi, e secondo le previsioni riportate dal manifesto la sentenza non arriverà prima della primavera del 2027.
Un giudice che manca
La causa è stata depositata a giugno del 2021 al Tribunale civile di Roma e chiede due cose: dichiarare lo Stato responsabile di inadempienza nel contrasto alla crisi climatica e condannarlo a tagliare le emissioni del 92% entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990, quota calcolata sulle responsabilità storiche del Paese. Il 26 febbraio 2024, dopo due anni e mezzo di udienze, il Tribunale l’ha chiusa in una quindicina di pagine senza mai entrare nel merito, dichiarandola inammissibile per “difetto assoluto di giurisdizione”. Tradotto per chi non frequenta le aule: le scelte sul clima spettano a governo e Parlamento.
Solo che il 21 luglio 2025 le Sezioni Unite della Cassazione, il collegio che decide le questioni giuridiche più delicate, hanno escluso esattamente quel difetto di giurisdizione nella cosiddetta Giusta Causa, l’azione di Greenpeace Italia, ReCommon e 12 cittadini contro Eni, il ministero dell’Economia e Cassa depositi e prestiti, e hanno scritto che una causa sul clima resta nel perimetro del giudice senza invadere il legislatore. Le difese avevano citato come precedente proprio la sentenza su Giudizio Universale. Le Sezioni Unite hanno però tenuto distinto il loro caso, rivolto contro un’impresa, da quello che chiama in causa lo Stato, ed è questo il nodo che i giudici d’appello devono sciogliere.
Quello che altrove è già sentenza
Nei Paesi Bassi la fondazione Urgenda ha ottenuto dalla Corte suprema, il 20 dicembre 2019, la conferma dell’obbligo per lo Stato di ridurre le emissioni di almeno il 25% entro la fine del 2020 rispetto al 1990, e l’istituto nazionale di statistica Cbs ha poi calcolato un taglio del 25,5%. In Germania la Corte costituzionale federale, il 24 marzo 2021, sul ricorso di un gruppo di giovani fra cui l’attivista Luisa Neubauer, ha giudicato in parte incompatibile con i diritti fondamentali la legge sul clima del 2019, perché scaricava il grosso dei tagli dopo il 2030 sulle spalle di chi oggi è giovane: il Bundestag ha approvato la legge nuova il 24 giugno dello stesso anno. Il 9 aprile 2024 la Corte europea dei diritti dell’uomo, con 16 voti contro uno, ha condannato la Svizzera su ricorso di oltre duemila donne anziane dell’associazione KlimaSeniorinnen: l’inazione climatica viola l’articolo 8 della Convenzione, il diritto al rispetto della vita privata e familiare.
Contro le imprese la strada resta più stretta. Il 12 novembre 2024 la Corte d’Appello dell’Aia ha annullato la sentenza del 2021 che imponeva a Shell di ridurre le emissioni del 45% entro il 2030 rispetto al 2019, pur riconoscendo che la compagnia ha l’obbligo di tagliarle: a mancare era la percentuale. Il 23 luglio 2025 la Corte internazionale di giustizia ha stabilito all’unanimità che i trattati sul clima impongono obblighi vincolanti e che violarli può costituire un illecito internazionale. È il parere che l’Italia ha votato a New York. A Roma, dove quell’obbligo dovrebbe valere per primo, si discute ancora se esista un giudice che possa farlo rispettare.