Caso Roggero, il gioielliere resta in cella. Il Tribunale di sorveglianza: la grazia competenza del Quirinale. E Salvini lancia subito i Gazebo di solidarietà

Ogni decisione sarebbe per i giudici "una quasi irrispettosa intrusione" della magistratura nelle prerogative esclusive del Capo dello Stato

Caso Roggero, il gioielliere resta in cella. Il Tribunale di sorveglianza: la grazia competenza del Quirinale. E Salvini lancia subito i Gazebo di solidarietà

Niente differimento, niente scorciatoie: Mario Roggero, il gioielliere cuneese di 72 anni condannato in via definitiva a 14 anni e nove mesi per aver ucciso due rapinatori e ferito un terzo durante l’assalto al suo negozio nell’aprile 2021, deve restare nel carcere milanese di Bollate.

Lo ha deciso ieri il Tribunale di sorveglianza di Torino, respingendo l’istanza con cui la difesa chiedeva di sospendere l’esecuzione della pena in attesa che il presidente della Repubblica si pronunci sulla domanda di grazia.

E non ci ha messo molto, Matteo Salvini, a trasformare il rigetto in una nuova puntata della sua battaglia personale per Roggero. “Dispiace, perché non penso che ci siano né pericolo di fuga né di reiterazione del reato, e quindi, nel rispetto dei reciproci ruoli, conto che Mario Roggero torni dai suoi figli e dai suoi nipoti, al suo lavoro e al suo negozio, il prima possibile”, ha commentato a caldo il segretario della Lega e vicepremier. Che ha poi promesso che “a Pontida noi avremo anche un gazebo per la raccolta fondi, per sostenere le spese legali di Mario e della famiglia”.

Tutta la Lega schierata sulla linea Salvini

Sulla stessa linea la nota ufficiale del partito, che parla di “amarezza per il mancato differimento della pena” e assicura che “nel pieno rispetto delle decisioni della magistratura, continuiamo a ritenere che la sua permanenza in carcere non sia necessaria”. Anche il senatore piemontese Giorgio Maria Bergesio, vicepresidente della commissione Attività produttive di Palazzo Madama, si accoda: “Non dobbiamo mai dimenticare la genesi di questa vicenda: Roggero è stato innanzitutto la vittima di una brutale rapina”, scrive, ribadendo la fiducia nell’iter di grazia e confermando la presenza del gazebo leghista a Pontida nel weekend. Del resto, della “difesa” del gioielliere Salvini & Co. mirano a fare un cavallo di battaglia della campagna elettorale.

Niente spazi di manovra, dicono i giudici della Sorveglianza

Il problema, per la Lega, è che l’ordinanza dei giudici non lascia molti spazi di manovra. Il differimento della pena in attesa di una decisione sulla grazia, spiegano dal Tribunale di sorveglianza, è un’ipotesi residuale nella giurisprudenza italiana, con pochissimi precedenti. Per concederlo servirebbe un “fumus boni iuris” (una parvenza di buon diritto) talmente evidente da giustificare quella che i giudici stessi definiscono “una quasi irrispettosa intrusione” della magistratura di sorveglianza in un ambito che è prerogativa esclusiva del Capo dello Stato.

Una soglia che, scrivono, nel caso Roggero non è stata raggiunta. Eppure l’ordinanza non liquida la vicenda con un tecnicismo: i giudici riconoscono che il caso “resta estremamente divisivo” nell’opinione pubblica, e che se da un lato è stata esclusa la legittima difesa, dall’altro “non si può misurare la reazione di una persona ingiustamente aggredita con la precisione del bilancino da farmacista”, ammettendo che uno shock emotivo può condizionare la condotta di chi ha subito un’aggressione.

La palla (avvelenata) passa a Mattarella

Quindi il Tribunale sceglie di non intervenire in via preventiva, lasciando alla decisione di Sergio Mattarella l’eventuale modifica – totale, parziale o condizionata – della pena. C’è persino un paradosso che i giudici mettono nero su bianco: un differimento oggi potrebbe rivelarsi controproducente, perché se il capo dello Stato concedesse una grazia solo parziale, il periodo di pena sospeso non verrebbe scontato, ritardando i tempi per accedere ai benefici penitenziari.

Roggero, difeso dall’avvocato Stefano Marcolini, resta dunque detenuto nel carcere di Bollate. Il fascicolo, però, non si chiude qui: il 16 settembre è fissata una nuova udienza sulla stessa istanza, questa volta davanti al Tribunale di sorveglianza di Milano. Ma la partita più delicata, ormai, si è già spostata altrove: la palla (avvelenata) è nelle mani del Quirinale, chiamato a decidere su una domanda di grazia che i giudici di Torino hanno preferito non toccare.