Cause civili a passo di lumaca. L’Italia intasa pure Strasburgo

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di Oscar Valori

Un popolo di litigiosi, sempre pronti a far causa per le questioni spesso più banali. E in un Paese, l’Italia, che “vanta” la più numerosa popolazione europea di avvocati. Sono i presupposti ideali perché le aule di giustizia, soprattutto le sezioni civili, si riempiano di contenziosi, costosi e inutili. A ciò si aggiunga il dato disarmante dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo europeo: l’Italia è maglia nera, tra i 34 Paesi aderenti, per durata media dei processi civili. Quasi 8 anni per arrivare al terzo grado di giudizio, quello della Cassazione, laddove gli altri arrivano in poco più di 2 (per la precisione 788 giorni). Un’enormità, se consideriamo i 368 giorni che occorrono, invece, alla Svizzera. Non resta allora, forse, che rivolgersi all’Europa.

Una corte “intasata”
La notizia ha del clamoroso: sono oltre 17.700 le sentenze della Corte Europea dei diritti dell’Uomo che in qualche modo riguardano vicende italiane. Si tratta di volontaria giurisdizione, e dunque di richieste formali che il cittadino o l’azienda, che si sia sentita in qualche modo “vessata” nel nostro Paese, rivolge alla corte di Strasburgo. Da non confondere con la Corte internazionale dell’Aia e con quella di Giustizia del Lussemburgo, la “Corte europea dei diritti dell’uomo” è un organismo di giustizia istituito nel 1959 e divenuto organo permanente nel 1998. Una corte che si pronuncia sui ricorsi individuali o statali che riguardino presunte violazioni dei diritti civili e politici tutelati dalla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo. Qui si vigila su 800 milioni di cittadini dei 47 stati membri che hanno ratificato la Convenzione. L’’Italia? Sembra avere un occhio di riguardo o quantomeno occupa una buona parte del lavoro degli alti magistrati di Strasburgo. Sì perché, come dicevamo, digitando il termine di ricerca “Italia” nel motore interno del sito web, spuntano fuori ben 17780 interventi della Corte. Un numero enorme se lo confrontiamo con i 7973 della Francia e i 5468 targati Regno Unito. Sentenze che riportano ancora una volta, come detto all’inizio, lo stato “pietoso” di certa giustizia civile in Italia. Casi come quello di V.F., 75enne bergamasco che attende riparazione (anche economica) dal 1990.

Nove udienze in sei anni
Il suo è un banalissimo episodio di sinistro stradale, iniziato al Tribunale di Roma. L’uomo cita in giudizio l’altro guidatore “distratto” e la sua compagnia assicurativa, per ottenere un risarcimento di 20 milioni delle vecchie lire. E’ il 21 novembre di quell’anno quando la macchina della giustizia italiana si mette in moto, producendo in sei anni appena nove udienze. Nel frattempo la causa subisce uno stralcio e all’improvviso, nel giugno 2000, una bruschissima battuta d’arresto: muore infatti l’avvocato della compagnia assicurativa. V.F. non si dà per sconfitto e nel 2001 si rivolge alla Corte d’Appello di Perugia, sperando di veder riconosciuta la durata eccessiva della causa e la violazione dei diritti della Convenzione. Arrivano circa 5500 euro di risarcimento, ma non basta: l’uomo invoca l’articolo 6 comma 1 della Convenzione e Strasburgo.

Muro contro muro
Il Governo italiano è deciso ad opporsi a questa linea di principio, ritenendo il ricorrente già soddisfatto nel merito delle richieste e dunque non più “vittima”. E’ il 2009 quando lo stato italiano deposita presso la Corte europea una propria memoria, ribadendo che la questione si deve ritenere chiusa con il risarcimento accordato. Nulla da fare: i giudici europei fanno notare l’incredibile durata di 10 anni e un mese per il primo grado di giudizio, non compatibile con il richiamato principio di “ritardo ragionevole”. Da un lato c’è il ricorrente, che invoca un risarcimento di almeno 12mila euro e il riconoscimento della violazione. Dall’altro lo Stato Italiano, che nonostante le lungaggini evidenti tira dritto nella propria tesi difensiva. Nel mezzo i togati di Strasburgo, che appena pochi giorni fa hanno emesso il proprio verdetto: richiesta ricevibile, diritti violati e altri 3mila euro a titolo di risarcimento. Una vittoria parziale per V.F. e una sconfitta su tutti i fronti per la nostra giustizia civile. Oltre a una discreta ombra di onta gettata sull’intero Paese.