Comincia il G7 di Taormina con Putin convitato di pietra. Dal terrorismo ai migranti, le soluzioni non possono prescindere dalla Russia

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Mai Paolo Gentiloni si sarebbe immaginato di dover presenziare il G7, la riunione dei “grandi della Terra”. Una due giorni nella splendida cornice di Taormina, per parlare dei tanti dossier che toccano la scena mondiale. Non a caso già ieri, al suo arrivo al quartier generale della Nato nella nuova sede di Evere (Bruxelles), Gentiloni ha sottolineato che da oggi ci “sarà un confronto su temi che interessano centinaia di milioni di persone, forse l’umanità intera”. Tutto vero. Si parlerà, d’altronde, di “questioni legate al cambiamento climatico, delle questioni legate ai commerci, alle migrazioni”. Eppure tutti i presenti sanno bene che difficilmente si potrà trovare una soluzione concreta senza coinvolgere il grande assente del 43esimo vertice, Vladimir Putin.

La guerra al Daesh – Il capitolo più spinoso, ovviamente, sarà però quello legato al terrorismo. Ed è qui che il ruolo del Cremlino non può essere confinato a spettatore. Tra le altre cose ieri Gentiloni ha anche annunciato “l’adozione di una dichiarazione contro il terrorismo” perché “dobbiamo portare la lotta a un livello più alto”. Ecco: impossibile senza Putin e, di fatto, senza scendere a compromessi con il fido alleato del Cremlino, Bashar al-Assad. Non è una coincidenza, d’altronde, che Emmanuel Macron, dopo i fatti di Manchester, abbia detto chiaramente di voler incontrare proprio Putin per ragionare con lui sulla possibilità di un fronte anti-Isis. La ragione è semplice: la guerra a Daesh non può prescindere da una chiara posizione anche sulla questione siriana, vera pietra angolare dei rapporti tra Russia e Occidente. E, non a caso, una delle ragioni, come si sa, anche dell’altra annosa partita aperta, quella relativa ai migranti. Insomma, pensare di risolvere le partite aperte senza coinvolgere Putin, rischia di far diventare il vertice un clamoroso bluff, una passerella dove, al di là delle foto, non si vedranno soluzioni minimamente concrete. “Documenti d’intenti”, recita il politiche: frasi vuote senza contenuto. Eppure si è preferito lasciare a casa Putin. E non solo per la sua estromissione dal “club” dei Paesi più industrializzati dopo l’annessione della Crimea (questa la ragione formale, nonostante poi i singoli Paesi intrattengano comunque relazioni ed affari). Ma anche perché sarebbe svantaggioso per la new entry di peso del circolo, Donald Trump. Che a Washington deve fare i conti con l’ombra dell’impeachment proprio dopo lo scandalo del Russiagate.

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