Centosessantadue voti a favore, undici astenuti. Sta scritto tutto lì il peso dell’area che dentro il Partito Democratico si fa chiamare riformista, fotografato alla direzione nazionale del 6 febbraio 2026, quando la relazione della segretaria Elly Schlein ha incontrato per la prima volta da anni un dissenso messo a verbale invece che affidato ai retroscena dei quotidiani. Sabato quelle undici astensioni avrebbero l’occasione di diventare una candidatura vera, perché scade il termine statutario per indire il congresso del Pd, e sta già scritto su tutti i giornali che nessuno la coglierà.
Il mandato del segretario dura quattro anni e sei mesi prima della scadenza il presidente dell’Assemblea nazionale indice l’elezione dell’Assemblea e del nuovo segretario. Schlein è stata proclamata il 12 marzo 2023 al centro congressi della Nuvola, a Roma, dopo aver vinto i gazebo del 26 febbraio con il 53,75 per cento su 1.098.623 votanti, e il suo mandato finisce il 12 marzo 2027: il conto all’indietro porta esattamente a sabato. La firma tocca a Stefano Bonaccini, eletto presidente del partito quello stesso giorno del 2023 su proposta della donna che lo aveva appena battuto, e cioè a uno che da un congresso avrebbe da perdere la presidenza e niente da incassare.
Pd, una scadenza che nessuno reclama
La via d’uscita la raccontano da settimane i cronisti che frequentano il Nazareno, e ha due varianti: una norma interna che nell’anno delle politiche sposti il congresso a dopo il voto, oppure una deroga all’articolo 8 votata in Assemblea nazionale a maggioranza dei componenti. Il Messaggero ha scritto che l’intesa per prorogare la segretaria passa da un accordo “generoso” sui posti nelle liste. Ecco il congresso vero, e si celebra a porte chiuse. Si contratta sulle liste bloccate, senza gazebo, senza mozioni e senza il fastidio di convincere un iscritto. Alla minoranza dem interessa il collegio sicuro, e il calendario glielo regala.
Nell’ottobre del 2025, quando l’area si riuniva a Milano per darsi finalmente una forma, Lorenzo Guerini, deputato, già ministro della Difesa e presidente del Copasir, il comitato parlamentare che vigila sui servizi segreti, metteva le cose in chiaro con la frase riportata da Domani: «Il congresso si farà quando è previsto dallo statuto». Previsto dallo statuto è adesso. Da allora Guerini ha continuato a fare quel che gli riesce meglio, marcare le distanze sulla difesa europea, mettere agli atti il proprio dissenso sulle risoluzioni del campo largo, spiegare ai cronisti che il tema del riarmo va affrontato. Mai una volta ha chiesto agli iscritti di scegliere chi guida il partito. Il logoramento come programma.
L’alternativa che se n’è andata
La ragione l’ha scritta Pagella Politica sentendo le proprie fonti dentro il partito: la minoranza non ha nessuna personalità pronta a contendere a Schlein la guida del Pd. Il conto degli addii spiega perché, e riguarda tre donne. Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento europeo e la più esposta nel contestare la segretaria, ha lasciato il partito il 4 giugno 2026 e tre giorni dopo ha fondato Spazio Pubblico, che dialoga con Azione; prima di lei Elisabetta Gualmini era passata proprio ad Azione, poi Marianna Madia al gruppo di Italia Viva. Chi poteva sfidare la segretaria ha preferito cambiare partito piuttosto che chiedere il voto degli iscritti.
Restano gli undici. Restano i convegni con i nomi da compagnia teatrale, le interviste al quotidiano amico, il lavoro paziente di erosione che si ferma sempre un centimetro prima del punto in cui una minoranza politica esiste davvero, e cioè davanti a un iscritto con un nome scritto sulla scheda. Sabato il Pd lascerà passare la data e non protesterà nessuno: il modo di fare opposizione interna a costo zero l’hanno trovato, e si chiama restare in undici.