Cosa nostra di padre in figlio. Presi gli eredi dei vecchi boss. Eseguite 59 misure cautelari nel Messinese. Territorio strozzato da estorsioni e droga

di Clemente Pistilli
Cronaca

Cosa nostra è anche cosa di famiglia. Tanto che quando i vecchi capi finiscono in carcere a mandare avanti gli affari provvedono i figli. Con una mafia 2.0 che sfrutta pure i social network. Senza mai allentare sui territori la morsa micidiale dei clan, che prosperano tra traffici di droga ed estorsioni. Ne è convinta la Dda di Messina, che ieri ha fatto scattare un blitz in cui i carabinieri del comando provinciale e del Ros hanno arrestato 59 indagati tra capi e gregari della famiglia mafiosa dei barcellonesi, attiva a Barcellona Pozzo di Gotto. Con accuse che vanno dall’associazione per delinquere di stampo mafioso all’associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, dalla detenzione ai fini di spaccio di droghe all’estorsione, dalla detenzione e porto illegale di armi alla violenza e minaccia, sempre con l’aggravante del metodo mafioso.

IL BLITZ. Nell’inchiesta denominata Dinastia gli inquirenti si sono concentrati sulla cosca barcellonese che negli ultimi anni ha investito nel settore del traffico di sostanze stupefacenti, cercando così integrare i proventi derivanti dalle estorsioni. E tra le nuove leve del clan sono stati appunto individuati alcuni dei figli dei principali capi mafia barcellonesi, detenuti da lungo tempo, che avrebbero preso saldamente in mano le redini del business di famiglia e gestito traffici di cocaina, hashish e marijuana nell’area tirrenica della provincia di Messina e nelle isole Eolie, arrivando anche a rifornire altri gruppi criminali satelliti impegnati nel piccolo spaccio.

Numerose inoltre le estorsioni finite nell’indagine, che sarebbero state compiute per anni ai danni di commercianti e imprese del territorio. Spaccio portato avanti ricorrendo pure ai social network e a un codice per cercare di evitare grane nel caso di intercettazioni. In manette, tra gli altri, sono così finiti Vincenzo Gullotti, figlio di Vincenzo, l’anziano capomafia barcellonese che sta scontando 30 anni di carcere per l’omicidio del giornalista Beppe Alfano, e Nunzio Di Salvo, figlio del boss Salvatore Di Salvo. Nessuno si sarebbe salvato dalla sete di denaro della cosca. Al punto che, secondo l’Antimafia, i mafiosi avrebbero costretto a pagare cinquemila euro anche a due giovani che avevano vinto 500mila euro in un locale centro scommesse.

TRISTI VERITA’. In Sicilia del resto lo stesso il crimine si eredita. “La tradizione di Cosa nostra è una tradizione che si tramanda da padre in figlio, vale per Cosa nostra palermitana, ma vale per tutte le forme di manifestazioni dell’organizzazione mafiosa”, ha specificato il procuratore di Messina, Maurizio De Lucia. Ancora: “Una volta che i quadri dirigenti del passato sono detenuti in carcere è chiaro che gli spazi devono essere occupati, le alternative solitamente sono due: o c’è una guerra e qualcun altro prende il potere di chi è in carcere, oppure c’è una successione indolore che è quello che questa indagine dimostra essersi verificato”.