Criticare Mani pulite è reato. Sberla dei giudici a Sgarbi. Il critico definì assassini i pm di Tangentopoli. Ora deve risarcire i magistrati con 60mila euro

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Non c’è da meravigliarsi se la giustizia italiana ha perso ogni credibilità in tutto il mondo. Un rispetto perduto a causa del protagonismo di alcuni pubblici ministeri e dei tempi lunghissimi dei processi. Il tutto mentre centinaia di giudici scrivono libri, vanno a ogni genere di conferenze e non si perdono un vernissage. Insomma, purtroppo il discredito la magistratura se l’è cercato da sé. A causa anche delle inchieste spettacolo. L’ultima è stata riservata a Vittorio Sgarbi.

LA SENTENZA
Ieri il critico d’arte è stato condannato a pagare un risarcimento di 60mila euro ai tre ex pm del pool di Milano: Piercamillo Davigo, Gherardo Colombo e Francesco Greco. Si sa, il noto opinionista è sempre stato contrario ai metodi usati dai magistrati milanesi nella stagione di mani pulite. In particolare, ha sempre contrastato quello che lui ritiene un abuso della carcerazione preventiva. Ma nel 1994, all’epoca dei fatti, secono la Cassazione ha usato “espressioni lesive della dignità dei magistrati”. L’allora deputato dell’appena nata Forza Italia definì “assassini” i pm. Lo scrisse su due testate nazionali (“Il Giornale” e “Avvenire”) e lo ribadì durante la trasmissione Sgarbi Quotidiani. Accuse che erano state espresse in merito ai suicidi di Raul Gardini e di Gabriele Cagliari (che si tolse la vita nelle docce del carcere di San Vittore). Dunque la Terza sezione civile della Suprema Corte ha confermato la sentenza emessa dalla Corte di Appello di Milano, affermando che: “il diritto di critica è limitato dal rispetto della dignità altrui, e la dignità altrui è violata quando la critica trascende il limite della continenza verbale”. La Cassazione ha evidenziato che la pena pecuniaria inflitta all’ex di Forza Italia non può essere considerata esorbitante se si tengono in conto il “lavoro svolto” dai tre pm, “la gravità degli addebiti loro mossi” e “l’impatto sociale di affermazioni così drastiche”. Inoltre, la Corte ha fatto presente che “una medesima dichiarazione diffamatoria diffusa da più organi di stampa genera più danni”.

CONTROVERSIE
Sgarbi, a suo tempo, ha protestato perché gli editori dei giornali che hanno riportato le sue dichiarazioni non sono stati condannati in solido con lui a risarcire i danni ai pm. Per il critico d’arte, inoltre, era compito delle testate quello di “verificare la violazione del limite della continenza verbale”. Ma i giudici gli hanno dato torto, perché questa richiesta è stata inoltrata solo nove anni dopo l’apertura del procedimento, e non nella prima memoria di costituzione in giudizio. Insomma, mentre mentre procedimenti vitali per tanta gente comune si rimandano alla calende greche, i giudici scelgono di occuparsi, anche per molti anni, di vicende paradossali come quella di Sgarbi (i morti ci furono per davvero) o come il bunga bunga di Berlusconi. E poi non meravigliamoci se la giustizia italiana ha perso ogni credibilità in tutto il mondo.

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di Gaetano Pedullà

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