Da Hormuz al nucleare, la soluzione è nel multilateralismo Onu

Il flop dei negoziati Usa-Iran evidenzia la necessità di un diverso approccio: l’Europa può contribuire con proposte concrete e credibili

Da Hormuz al nucleare, la soluzione è nel multilateralismo Onu

Il fallimento del primo round negoziale tra Stati Uniti e Iran ha evidenziato due nodi essenziali che definiscono la complessità della crisi: la questione nucleare e lo Stretto di Hormuz. Il dossier nucleare vede due istanze difficilmente conciliabili: da un lato il diritto all’uso pacifico dell’energia nucleare, dall’altro l’obbligo di non proliferazione e la sicurezza mediorientale. Gli Stati Uniti, sollecitati dalle preoccupazioni di Israele, hanno chiesto all’Iran la consegna di oltre 400 chili di uranio già arricchito al 60%, , la chiusura dei laboratori sensibili e misure permanenti di controllo. Per Teheran, invece, l’uranio costituisce un deterrente strategico vitale, indispensabile a garantire la propria sicurezza nazionale e a bilanciare le pressioni esterne. Finché non si individua una soluzione condivisa, il negoziato resta bloccato. La strada per una intesa passerebbe dunque dal disarmo ideologico reciproco tra Israele e Iran, difficile da realizzare nel breve periodo ma da percepire almeno su un iniziale cessate il fuoco, a cominciare dal Libano che è invece continua ad essere sotto la pressione armata di Israele.

Cornice giuridica

Non meno complessa è la questione dello stretto di Hormuz, che vede transitare la quinta parte dell’intero commercio globale di petrolio e gas. Secondo la Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare (Unclos, 1982), per gli stretti internazionali vige il “passaggio in transito” garantito dalla libertà di navigazione, senza che possano essere imposti pedaggi, blocchi o restrizioni politiche, anche attraverso acque territoriali, purché siano ‘inoffensivi’. Teheran sostiene che non avendo ratificato la Convenzione Unclos la regolamentazione dello stretto debba essere interpretata in coerenza con passaggi simili come il Canale di Suez o lo Stretto dei Dardanelli e del Bosforo, prevedendo “diritti di passaggio” anche per l’altro stato costiero, l’Oman. In verità la tesi dell’Iran non ha fondamento, per le specifiche differenze fisiche e giuridiche delle situazioni richiamate. La pretesa dell’Iran di imporre pedaggi si fonderebbe anche per il diritto alle riparazioni cui Usa e Israele si oppongono: in realtà per i danni alla popolazione e alle infrastrutture civili subiti si potrebbe anche pensare a compensazioni, ma non attraverso ‘diritti di passaggio’ su Hormuz. Allo stesso tempo, anche gli annunci di un blocco navale o del controllo militare unilaterale da parte americana sollevano interrogativi altrettanto gravi sulla libertà di navigazione: un eventuale misura di controllo sulla fruibilità dello stretto non può che essere definita sul piano della condivisione multilaterale. Su questo percorso potrebbe avere maggiore credibilità l’iniziativa portata avanti dal premier inglese Starmer con i 41 ‘volenterosi’ , inclusa l’Italia, volta a realizzare una intesa multilaterale per normalizzare i flussi del traffico marittimo. Questo è infatti il profilo giusto con cui può essere ripreso l’intero filo dei negoziati: il multilateralismo. Si può infatti ragionare sulle ragioni del fallimento del primo round negoziale a Islamabad: il deficit strutturale di metodo diplomatico e di legalità internazionale era emerso già dalle minacce apocalittiche manifestate da Trump. I negoziati non falliscono tanto per divergenze di interessi, quanto perché si svolgono in condizioni incompatibili con i principi fondativi delle relazioni internazionali, basati sulla costruzione di fiducia reciproca. Una mediazione efficace deve nascere da un processo strutturato, e richiede fiducia, equilibrio tra le parti e volontà reale di superare coercizioni: si devono far prevalere le ragioni di diritto su quelle della forza. Questo principio trova codificazione nella Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati (art. 52), che stabilisce la nullità di qualsiasi trattato concluso sotto minaccia o pressione militare: un accordo negoziato in tali condizioni è giuridicamente viziato e politicamente infruttuoso. È in questo spazio che si apre la prospettiva delle Nazioni Unite, su cui soprattutto l’Unione Europea deve insistere, per evitare di rimanere semplice spettatrice. E non si tratta di una strada non osservata dagli attori in causa: gli Stati arabi stanno promuovendo una Risoluzione su Hormuz, ma non passa perché non copre tutte le istanze ed è troppo sbilanciata. In ogni caso è questa la strada: la Carta delle Nazioni Unite offre strumenti concreti come la mediazione di organismi specialistici, l’ arbitrato e il deferimento a corti internazionali. Il ruolo europeo può essere decisivo non per proporsi come attore egemonico, ma come facilitatore di equilibrio tra le parti, coinvolgendo potenze regionali e globali – dalla Cina all’India, fino agli attori del Golfo e all’Unione Africana – in un formato negoziale inclusivo. Il primo passo indispensabile è una Risoluzione per il cessate il fuoco reale, verificato e vincolante, condizione preliminare perché qualsiasi dialogo abbia senso e concretezza. Parallelamente, occorre istituire un tavolo negoziale sotto l’egida delle Nazioni Unite, con mediatori neutrali e autorevoli – non certo il Board of peace di Trump ! – in grado di riequilibrare le asimmetrie di potere e creare un terreno comune di confronto.

Libero transito

Sulle sanzioni si può decidere subito una moratoria, mentre le questioni più complesse, come le riparazioni di guerra o i diritti di navigazione, richiedono un approccio separato e, se non si raggiungono intese, il deferimento a organi internazionali competenti. Nelle more lo Stretto di Hormuz deve essere ricondotto al regime di libero transito previsto dal diritto del mare, tutelato da misure predisposte dall’ Imo (International Maritime Organization), che assicurino sicurezza, trasparenza e libertà di navigazione. Allo stesso tempo, il dossier nucleare e il controllo degli armamenti (sui temuti missili balistici iraniani) devono essere sottoposti a verifiche imparziali dell’Aiea e degli organismi Onu, garantendo trasparenza e fiducia reciproca. Non meno importante è il rispetto dei diritti universali, con un impegno concreto attraverso il Comitato dei diritti umani dell’Onu, per riportare i popoli iraniano, libanese e palestinese al centro di un’agenda internazionale che non li dimentichi. Solo il ritorno al multilateralismo delle Nazioni Unite e al pieno rispetto del diritto internazionale può trasformare una tregua fragile in un processo di pace reale, equa e duratura. È attraverso la collaborazione globale, fondata su regole condivise e mediatori credibili, che si può sperare di costruire sicurezza e stabilità non solo per la regione, ma per l’intero ordine internazionale.
*Membro dell’International Law Association