Da Netanyahu a Bin Salman, fino a Saied, la lunga lista degli amici imbarazzanti dell’Italia che Roma considera “interlocutori fondamentali”

I dittatori per piacere all'Italia non devono diventare democratici, basta che siano utili. Se ci servono, divengono “partner strategici” e "alleati imprescindibili"

Da Netanyahu a Bin Salman, fino a Saied, la lunga lista degli amici imbarazzanti dell’Italia che Roma considera “interlocutori fondamentali”

In Italia i dittatori hanno un grande vantaggio: non devono diventare democratici. Basta che diventino utili. Se ci servono, divengono “partner strategici”. Se ci fermano i migranti, sono “interlocutori fondamentali”. Se ci vendono il gas, si trasformano in partner della “diversificazione energetica”. Se ci comprano aziende, brillano in quanto investitori. Se ci aiutano nella geopolitica, li arruoliamo come alleati imprescindibili. E se non rispettano i diritti umani? Pazienza, perché i diritti umani – un po’ come il diritto internazionale – valgono fino a un certo punto…

Così Tajani distingue apparati e Stato e continua a fare affari con l’Egitto

L’ultima dimostrazione è arrivata dall’Egitto di Abdel Fattah al-Sisi. Dopo la sentenza sul caso Regeni, qualcuno ha invocato il blocco dei rapporti con il Cairo. Richiesta destinata a rimanere nel cassetto. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha già spiegato che la sentenza riguarda tre funzionari egiziani e non lo Stato egiziano. Non un errore, un posizionamento politico. Ma anche una distinzione comodissima. Perché così lo Stato non c’entra. Gli 007 sono singoli individui. Gli apparati sono cosa diversa dal governo. Le responsabilità diventano personali. E il rapporto con il Cairo può tranquillamente proseguire.

Quel doppio standard affinato in anni di coperture e giustificazioni a Israele

Una formula perfezionata negli anni con il partner economico e militare: Israele. Tajani condanna i coloni violenti, ma difende il governo israeliano. I coloni sono cattivi, certo, ma il governo di Tel Aviv è un’altra cosa. E tutti fanno fina di non sapere che i partiti più estremisti, quelli che armano i coloni, esprimono ministri come Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich, indagati dalla Corte penale internazionale (come lo stesso Benjamin Netanyahu, del resto). Ma guai a confondere gli amici con le loro responsabilità. E quando poi si parla di sanzioni e boicottaggi, l’entusiasmo italiano cala ulteriormente.

Il grande amico (di tutti) Mohammed bin Salman

Ma c’è anche il “fenomeno” del principe saudita Mohammed bin Salman, quello che secondo l’Onu fece uccidere il giornalista Kashoggi, poi fatto a pezzi dai suoi aguzzini. Giorgia Meloni, quando era all’opposizione, aveva attaccato Matteo Renzi per i suoi rapporti con il principe saudita (dal quale l’attuale leader di Italia Viva ottenne una poltrona nel Board del FII Institute a 80.000 dollari l’anno).

Allora c’erano i diritti delle donne, la pena di morte, la natura autoritaria del regime e l’indecenza politica di intrattenere rapporti così stretti con Bin Salman. Poi Meloni diventa premier e Bin Salman si trasforma da imbarazzante interlocutore in “partner strategico”. E così fioccano intese economiche, investimenti, incontri ufficiali.

L’ultima telefonata tra i due, ieri, con Meloni che ha chiamato il principe per esprimere “la solidarietà italiana all’Arabia Saudita”. Poi hanno parlato delle tensioni nella regione, di Hormuz e Bab el-Mandeb, della libertà di navigazione. E, naturalmente, dei rapporti bilaterali. Con tanto di conferma della volontà di convocare la prima riunione del Consiglio di Partenariato Strategico Italia-Arabia Saudita.

Ma i dittatori diventano buoni se fermano i migranti e ci vendono il gas

Ma c’è anche la Tunisia di Kais Saied, diventata per Roma la prima barriera anti-migranti del Mediterraneo. Saied restringe gli spazi democratici, oppositori e giornalisti finiscono sotto pressione, le organizzazioni internazionali denunciano violenze contro i migranti. Ma se Tunisi impedisce alle barche di partire, improvvisamente il presidente diventa un interlocutore affidabile. Perché l’importante è che i migranti restino dall’altra parte del Mediterraneo.

Alcuni come Aliyev sponsorizzano anche gli Azzurri

E come dimenticare l’Azerbaigian? Paese nel quale il potere è concentrato da anni nelle mani del dittatore Ilham Aliyev e della sua famiglia, classificato “Not Free” da Freedom House, con oppositori, giornalisti e società civile sottoposti a forti restrizioni. Per non parlare della pulizia etnica in Nagorno Karabakh. Però Baku ha il gas. E allora avanti con la “diversificazione energetica”. Anzi, la compagnia energetica statale dell’Azerbaigian (SOCAR), proprietaria della IP, può diventare lo sponsor della Nazionale di calcio italiana…

Quando il Cavaliere omaggiava Gheddafi

Ma il doppio standard è una costante nella storia politica italiana: Silvio Berlusconi aveva fatto scuola con Muammar Gheddafi. Nel 2009 il leader libico arrivò a Roma con la sua tenda, le amazzoni, i cavalli e una corte da imperatore. Fu accolto con tutti gli onori. C’erano affari, petrolio, investimenti. E soprattutto c’era un accordo fondamentale: fermare i migranti. La tenda di Gheddafi piantata nel cuore di Roma sembrava allora una provocazione. Ma a Gheddafi tutti andarono a riverirlo. Poi è caduto.

E allora nessuno parlò più di quelle cene nella tenda. Morto un dittatore se ne trova subito un altro da far assurgere al grado di “caro interlocutore”. Basta che sia utile…