Ci sono dittatori, autocrati e criminali internazionali che l’Italia non riesce più a chiamare “partner strategico”. Il più noto è oggi Vladimir Putin. È quello che dimostra plasticamente il doppio standard italiano, perché per Roma, non tutti gli autocrati sono uguali. Alcuni sono dittatori e stop.
O meglio, come nel caso del leader russo, lo sono sempre stati, ma non ce ne eravamo accorti. Perché Putin non è diventato Putin il 24 febbraio 2022, con lo scoppio della guerra in Ucraina. Era già al Cremlino – dove sarebbe arrivato con metodi non proprio democratici secondo l’occidente – quando Silvio Berlusconi lo portava in giro come un vecchio amico.
Era già presidente quando i due si ospitavano nelle rispettive residenze, quando Berlusconi andava nella dacia di Putin e quando il leader russo veniva accolto in Italia con tutti gli onori e regalava lettoni chilometrici.
Nel 2001 Putin era già un autocrate. Ma allora ci andava bene
Nel 2001 Putin era già Putin. Eppure Berlusconi parlava dei suoi “straordinari progressi” nella democrazia e nello sviluppo economico. Poi vennero il gas, Gazprom, Eni, gli affari, gli investimenti e una relazione politica strettissima tra Roma e Mosca. Allora l’autoritarismo di Vladimir non impediva di farci affari. E non fu solo Berlusconi.
Nel 2016 Matteo Renzi andò a San Pietroburgo, incontrò Putin e annunciò accordi tra imprese italiane e russe per oltre un miliardo di euro. L’Italia, spiegava Renzi, voleva “costruire ponti” con la Russia. Persino il più acerrimo nemico attuale dello Zar, quel Carlo Calenda che a parole sarebbe pronto ad arruolarsi anche subito, quando era ministro dello Sviluppo economico, faceva parte della gioiosa delegazione. Partecipò al Forum economico e incontrò i ministri russi.
Certo, la diplomazia è anche parlare con governi che non condividiamo. Il problema è la coerenza del criterio. Perché oggi la maggioranza (e parte della minoranza) spiegano che con Putin non si può trattare, perché è un dittatore. Il nostro Paese, che fa affari anche con i peggiori regimi, con Mosca ha detto stop. Perché quello, Putin, “è un criminale”, “un aggressore”, un “nemico che vuole invadere l’Europa.
Ma anche quando Putin invadeva la Cecenia (1999-2009) era un aggressore, o la Georgia (2008), o la Siria (2015) o il Kazakistan (2022)… In tutte quelle guerre non era poi così cattivo, evidentemente. Con l’Ucraina il rapporto con Mosca è invece precipitato. “Perché è un aggressore”…
I diritti umani non sono certo il criterio seguito
Si spiegano così le sanzioni, il sostegno a Kiev, la rottura politica. Ma se il criterio sono i diritti umani, dovrebbe valere anche quando si parla di chi ferma i migranti. Se il criterio è la natura autoritaria di un regime, dovrebbe valere anche quando quel regime ci vende il gas. Se il criterio fosse non fare affari con chi viola sistematicamente le libertà, dovrebbe valere anche quando dall’altra parte ci sono petrolio, investimenti o commesse. Altrimenti il criterio non è il regime. È l’utilità.
Tuttavia, se il criterio è l’utilità, allora viviamo un paradosso: Putin è diventato il dittatore che non possiamo più frequentare, mentre gli altri, cioè gli Stati Uniti di Donald Trump, possono tranquillamente sedersi al tavolo se hanno qualcosa da ottenere. L’Europa, e soprattutto l’Italia, invece, ha dovuto ridurre drasticamente la dipendenza dal gas russo, cercando nuove fonti e aumentando anche gli acquisti di GNL dagli Usa. Nel 2025 il GNL americano ha rappresentato il 26,4% delle importazioni complessive di gas dell’Ue. E certamente The Donald non è uno stinco di santo. Nove guerre in due anni…
Rompere con Mosca significa comprare gas armi dagli Usa
Non solo. La rottura significa anche aumento sconsiderato delle spese per la Difesa, perché la Russia ci vuole invadere. E gli Usa vogliono la loro grossa fetta per difenderci. E nessuno alza il ditino e dice che se la Nato fa esercitazioni che simulano “l’isolamento” dell’exclave di Kaliningrad e Mosca reagisce sottolineando l’aumento notevole dei “rischi di uno scontro armato diretto”, e dicendosi pronta a “ricorrere ‘all’intero arsenale di armi a sua disposizione”, evocando l’uso dell’arma atomica, la colpa non è della Russia.
Ma allora diciamolo con chiarezza: non combattiamo Putin perché abbiamo scoperto che è un dittatore. Lo combattiamo perché è diventato “il nemico”. La “calamità” nel cui nome, tutto possibile: dal diesel a 3 euro al litro fino al 5% del Pil buttato in missili e carri armati. E quando Putin non ci sarà più? Si troverà un altro nemico, altrettanto pericoloso, tra i nostri tanti amici imbarazzanti…