Dai rimpatri alla mafia. I mille buchi neri del Capitano sovranista. Flop sulle espulsioni dei clandestini. Mentre le periferie sono in abbandono

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Che Matteo Salvini abbia voluto fortemente il ruolo di ministro dell’Interno all’atto della formazione del Governo gialloverde, non è un mistero. Tutta la campagna elettorale leghista (prima e, in verità, anche dopo le elezioni politiche) è stata centrata sulla necessità di maggiore sicurezza. E questo nonostante i dati dell’Istat raccontino un’altra verità: i delitti denunciati nel 2017 sono diminuiti del 9,6% rispetto a due anni fa. Ma la narrazione leghista, lo sappiamo bene, lega in maniera esplicita la sicurezza che mancherebbe in Italia alla presunta invasione dei migranti. Ed è proprio per questo – lo ricordiamo bene – che Salvini in campagna elettorale ha promesso che avrebbe rimpatriato i migranti irregolari in un batter d’occhio, addirittura annunciando il rientro in patria di 500mila clandestini, cifra poi come si sa che lo stesso ministro ha pensato bene di abbassare a 90mila.

Ma, al di là degli annunci e di ben due decreti Sicurezza, sul fronte dei rimpatri la politica salviniana è a dir poco fallimentare per ammissione dello stesso Viminale. In altre parole, Salvini smentisce Salvini. Nel corso della riunione del Comitato nazionale per l’ordine e la sicurezza pubblica presieduto dallo stesso Salvini nel giorno dell’informativa di Giuseppe Conte al Senato sul caso Russiagate (e questa è la ragione ufficiale per cui il ministro dell’Interno non era presente in Aula) sono stati snocciolati dati poco confortanti su quanto fatto finora. Se, infatti, ci si continua a fare vanto del contrasto all’immigrazione irregolare grazie all’impiego di “sei navi della Guardia di finanza pronte ad intervenire per la difesa dei confini nazionali” e di “droni messi a disposizione da Frontex, per intercettare i barconi prima che raggiungano le acque internazionali”, per quanto riguarda i clandestini da rimpatriare, il Viminale informa che sono 3.588 le persone espulse dall’inizio dell’anno. Se si considera che da inizio anno (e fino al 24 luglio, giorno della riunione del Comitato) sono trascorsi 204 giorni è facile rendersi conto come parliamo di una media di 17 rimpatri al giorno. Meno di quanto abbia fatto Marco Minniti con cui la media giornaliera di rimpatri era 18 al giorno. Insomma, al di là di tante parole Salvini continua ad essere un fiasco clamoros sul tema rimpatri.

I FATTI LATITANO. Ma questo non è l’unico buco nero della politica salviniana al Viminale. Mentre infatti tutta l’attenzione è concentrata sull’immigrazione con i risultati di cui sopra, sul resto – è il caso di dirlo – si naviga a vista. Nonostante gli annunci di nuovi fondi del Viminale per l’assunzione di agenti e poliziotti, le proteste dei sindaci, a cominciare da Virginia Raggi (leggi l’articolo) continuano ad essere veementi. C’è, poi, tutto il tema legato al contrasto alla criminalità organizzata. Come raccontava ieri La Notizia, pochi giorni fa sono stati ascoltati in Commissione Antimafia rappresentanti della società civile di Casal di Principe e del territorio circostante, che hanno sollecitato deputati e senatori a intervenire per bloccare qualsiasi tentativo di rigenerazione camorristica. La camorra ha infatti ripreso forza e manca ancora una reale valorizzazione di tanti beni confiscati alle mafie.

Esattamente il contrario di quanto fatto credere da Salvini quando si tuffava nella piscina dei Casamonica e azionava la ruspa per abbattere la villa criminale. Quel che si teme, insomma, è che Salvini intervenga solo quando c’è da prendere applausi. Come nel caso della tragedia di Desirée Mariottini, uccisa e drogata dal branco. In quel caso si tornò a parlare di periferie. Ma solo a parlare. Perché mentre i progetti languono proprio in questi giorni la Corte dei conti ha relazionato sul piano per riqualificare le aree degradate avviato nel 2016: risultano presentati da comuni e città metropolitane, e poi approvati, un totale di 120 progetti, pari ad un valore di 3,8 miliardi, di cui 2061 milioni da imputare al bilancio statale. I primi 24 progetti sono stati avviati mentre, per i rimanenti 96 si è determinato un rallentamento burocratico. Alle solite.

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