Con una politica che da anni ormai non ragiona dโaltro se non di riarmo, รจ piรน che naturale che il mondo delle imprese italiane spinga per trasformare la corsa alle armi in una gigantesca occasione economica. Del resto, l’era d’oro degli armamenti passa sempre meno dai generali e sempre piรน dai tavoli dei ministri e dai Cda.
A certificare il cambio di paradigma รจ stata Confindustria, che ieri ha presentato ufficialmente a Roma โConnext Filiere Aerospazio, Difesa e Sicurezzaโ, una rete e una piattaforma digitale, pensata per favorire lo scouting e la profilazione di nuove aziende, inserendole in modo complementare nella catena di fornitura, con cui il sistema industriale italiano punta a rafforzare e ampliare la produzione legata al comparto militare.
Una risposta dellโindustria nazionale alla Nato che chiede ai Paesi membri di portare le spese per la difesa al 3,5% del Pil entro il 2035 e che strizza lโocchio all’Ue e ai suoi piani miliardari per il riarmo.
Piรน che una semplice strategia industriale, una vera e propria riconversione produttiva. Con una differenza rispetto alle grandi trasformazioni del passato: stavolta non si passa dalle fabbriche di aratri ai trattori o dalle auto elettriche alla transizione verde, ma dai comparti civili alle tecnologie per la difesa.
Da Leonardo a Urso, tutti i protagonisti del mondo delle armi presenti a Roma
E infatti ieri erano presenti tutti i protagonisti del settore con il ministro delle Imprese Adolfo Urso. L’obiettivo dichiarato: costruire filiere sempre piรน integrate tra aerospazio, cybersecurity, cantieristica e difesa, coinvolgendo soprattutto le piccole e medie imprese.
Per il presidente di Confindustria Emanuele Orsini, la spesa militare non rappresenta soltanto un impegno internazionale, ma deve diventare โuno dei pilastri della politica industriale italiana ed europeaโ. Il messaggio รจ chiaro: i miliardi destinati al riarmo non devono finire all’estero, ma trasformarsi in fatturato, occupazione e crescita per le aziende italiane.
Fanno gola quei 51 miliardi di euro
Anche i numeri fanno gola. Secondo le stime presentate dagli industriali, se gli investimenti resteranno all’interno delle filiere nazionali, entro il 2035 potrebbero generare un incremento cumulato del Pil del 3%, pari a circa 51 miliardi di euro. Se invece gli acquisti venissero effettuati all’estero, il beneficio scenderebbe allo 0,9%.
Dietro le percentuali si nasconde perรฒ una realtร molto concreta: una quantitร enorme di denaro pubblico sarร sottratto a Sanitร e istruzione e destinato a un settore che promette margini elevati (per gli industriali) ย e prospettive di crescita garantite.
Parola d’ordine: “dual use”
Tanto che ormai la parola โdifesaโ viene accompagnata sistematicamente da termini come innovazione, competitivitร , leadership e sviluppo. La parola magica รจ โdual useโ: tecnologie nate per scopi militari che poi trovano applicazione anche in ambito civile (dicono). Droni, satelliti, cybersicurezza, materiali avanzati. Un racconto che punta a rendere piรน accettabile una trasformazione industriale che fino a pochi anni fa sarebbe apparsa impensabile.
E cosรฌ, mentre la politica continua a discutere se sia giusto spendere decine di miliardi in piรน per gli armamenti, una parte consistente dell’industria italiana sembra avere giร scelto da che parte stare. Perchรฉ la nuova economia di guerra non รจ piรน soltanto una prospettiva. ร giร iniziata. E per molti imprenditori rappresenta una delle occasioni di profitto piรน promettenti degli ultimi decenni.