Daria Bignardi lascia Rai3 e lo fa senza buonuscita: gesto lodevole ma è il minimo sindacale dopo la sua gestione. Ecco tutti i flop, a partire da Politics

di Antonio Acerbis
Tv e Media

Certo, rinunciare alla buonuscita soltanto pochi giorni dopo la notizia secondo cui Flavio Cattaneo ha lasciato la Tim con una liquidazione da 25 milioni, non può passare inosservato: è una di quelle notizie che fanno bene al decoro e all’umano rispetto. Ma è anche vero che osannare Daria Bignardi per aver rinunciato alla buonuscita dopo aver abbandonato la direzione di Rai3, potrebbe sembrare eccessivo. Come in ogni circostanza, non si può mancare di contestualizzare la singola vicenda. E la singola vicenda (nella fattispecie, il “gran rifiuto” di Daria nostra che ha deciso di non portarsi a casa alcuna liquidazione) va contestualizzato in una gestione della terza rete Rai non proprio impeccabile.

Pochi alti e tanti bassi – Cerchiamo allora di ricostruire l’esperienza della Bignardi nel servizio pubblico. Primo dato essenziale: l’uscita di scena della professionista segue di pochi mesi quella del direttore generale Antonio Campo Dall’Orto. Entrambi erano percepiti, all’interno della galassia di Viale Mazzini, come espressione del Pd di Matteo Renzi. La Bignardi era arrivata al timone della terza rete, quella storicamente più “sperimentale” ed engagé della Tv di Stato, nel febbraio dell’anno scorso, giusto sei mesi dopo l’arrivo di Campo Dall’Orto.  Secondo aspetto: se analizzassimo soltanto i dati, non si potrebbe certo dire che la sua esperienza sia stato totalmente negativa. I numeri, sciorinati ieri dal Sole24Ore, indicano Rai3 come terza rete generalista, con uno share del 6,76%  (giorno medio) nel periodo compreso fra 18 settembre 2016 e 27 maggio 2017 (dopo il 16,82% di Rai 1 e il 16,43% di Canale 5) e uno share del 6,99% in prima serata (dopo il 18,23%di Rai 1 e il 15,74% di Canale 5).

C’è però anche da dire che la Bignardi è rimasta a galla con programmi di punta, da Report a Che tempo che fa, fino a Gazebo. Programmi, dunque, dove il valore aggiunto (o il disvalore) della Bignardi è stato impercettibile. Una è stata la scelta che più ha segnato la gestione Bignardi, quella di sostituire Ballarò, epurando Massimo Giannini, sgradito alla fronda renziana, con Politics di Gianluca Semprini. Una scelta che non ha pagato considerando che il talk del martedì ha sempre concluso alle spalle di diMartedì. Ed era stata proprio la Bignardi a impuntarsi con Semprini, a tal punto da convincerlo ad andare via da Sky: ma il suo programma in onda sino a dicembre ha prodotto uno share medio del 4% in prima serata.

Totonomi – Insomma, alla fin fine la decisione della Bignardi di lasciare rinunciando alla buonuscita, sa tanto di minimo sindacale, vista la sua gestione.  E ora già si pensa al possibile sostituto. Il nome più gettonato al momento è quello dell’attuale vicedirettore, Stefano Coletta. Altro nome che si era fatto è però anche quello di Maria Pia Ammirati, direttore di Rai Teche, ma tutto sembra convergere verso Coletta. Visto l’approssimarsi del Cda di giovedì, nelle prossime ore dovrebbe dipanarsi a breve la matassa. Vedremo. E vedremo soprattutto la loro geestione, complicata dopo l’addio di Zoro e la decisione di Fazio di passare su Rai1.