De Bortoli in trincea al Corriere

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di Marco Castoro

Quando ti chiami Ferruccio de Bortoli e da cinque anni sei il direttore del Corriere della Sera per la seconda volta, dopo averlo diretto tra il 1997 e il 2003, puoi anche permetterti il lusso di non farti volare più le mosche al naso. Di accettare il braccio di ferro con i poteri forti. In fondo che cosa hai da perdere? La poltrona. Ma se la lasci con dignità, con la stima della redazione e con una buonuscita invidiabile si può fare. O no? La Florida è lì che aspetta. Sole, mare e vita da nababbi. Altro che via Solferino.
Se poi invece si preferisce una nuova sfida c’è sempre la possibilità di candidarsi per le Europee con il Pd di Renzi, oppure accettare una direzione di un telegiornale che ha grandi ambizioni come SkyTg24.
Ma se vuoi resistere in trincea finché non ti cacciano, basta aspettare gli eventi. E qualcuno pagherà i danni. Soprattutto chi vuole accelerare il cambio della guardia. Comunque anche ieri l’azienda ha ribadito la fiducia (di facciata) al direttore de Bortoli.

Calabresi bussa
Al Corriere si respira un clima di tensione e da un momento all’altro Mario Calabresi potrebbe firmare il quotidiano milanese di Rcs in mano più che mai al presidente della Fiat, John Elkann, che detiene il 20% del pacchetto azionario. È il primo azionista e vuole da tempo l’attuale direttore della Stampa come timoniere di via Solferino. All’opposizione ci sono Diego Della Valle (9%), la famiglia Pesenti (3,8%) e Urbano Cairo (il numero uno di La7) che non gradiscono più di tanto la voglia di cambiare il vertice. Anche perché, a cominciare dal patron della Tod’s, l’operato dell’ad Pietro Scott Jovane è stato criticato dagli altri azionisti. Sulla questione dei bonus ai manager del gruppo la spaccatura è stata netta e lo stesso de Bortoli si è schierato all’opposizione. A costo di annunciare le dimissioni. La redazione ha gradito. Anche perché in un periodo di lacrime e sangue non veniva di getto digerire anche questo spreco.

Spending review
I tagli redazionali non si fermano. I comitati di redazione e i giornalisti delle testate sono pronti a dare battaglia. E uno sciopero a Corriere e Gazzetta mica finisce a tarallucci e vino. Pesa assai. E lascia il solco. L’intenzione dell’azienda, annunciata al cdr della redazione contenuti digitali, di voler procedere alla chiusura della testata, con conseguente ipotesi di cassa integrazione a zero ore per 15 giornalisti, è stata presa “con sconcerto e preoccupazione”.
E con questo clima non sarà certo facile per Calabresi. Fronteggiare uno sciopero al Corriere non è una situazione facile da gestire. Non è la Stampa dove puoi perfino permetterti di perdere centomila copie e di assistere alla fuga delle firme più prestigiose (a cominciare da Barbara Spinelli). Gli applausi di Elkann si prendono anche inaugurando la nuova sede, gestendo gli stati di crisi e rinnovando il sito.

Gramellini e Cazzullo
Per la vicedirezione al Corriere si fa il nome dello scalpitante Aldo Cazzullo, mentre per la poltronissima del quotidiano torinese il favorito resta Massimo Gramellini. Soluzione interna e voluta da Sergio Marchionne, che lo preferisce di gran lunga allo stesso Calabresi, il prescelto del presidente Fiat. Ma non certo dell’amministratore delegato.

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