Delmastro, la singolare difesa dell’ex sottosegretario in Antimafia: “La società con Caroccia? Non ho googolato il suo nome, altrimenti non l’averi fatta”

L'ex sottosegretario Delmastro si dipinge come vittima della mancanza di controlli e alert: "Non è reato fare società con un’incensurata”

Delmastro, la singolare difesa dell’ex sottosegretario in Antimafia: “La società con Caroccia? Non ho googolato il suo nome, altrimenti non l’averi fatta”

Tutta colpa del maledetto Google; delle carenze dei meccanismi di controllo; dell’indifferenza di chi lo circondava. È un’autodifesa che oscilla tra la metafisica e il surrealismo quella messa in scena ieri dall’ex sottosegretario alla Giustizia, il dimissionato Andrea Delmastro, davanti alla Commissione Antimafia.

Chiamato a spiegare come e perché lui, avvocato e uomo politico di lungo corso con una carica importantissima, fosse entrato in società con la figlia di Mauro Caroccia in quel ristorante di presunti prestanome del clan di Michele Senese, alias o’ Pazz, e vi avesse riunito più volte i vertici del Dap (gli stessi incaricati di decidere della vita carceraria di Senese e dei suoi accoliti), ha spiegato che è stato un “errore”.

Delmastro: “Caroccia voleva avviare un ristorantino più carino”

L’oste-prestanome gli aveva detto di voler avviare un ristorante più “carino” per la figlia diciottenne, e lui ci è cascato. E ha aggiunto che, non avendo “googolato il nome di Caroccia”, non sapesse allora con chi stesse facendo affari. “Se avessi ‘googlato’, non avrei fatto la società, non ci avrei rimesso dei soldi e non mi sarei dimesso” ha detto, miscelando autoassoluzione e autoflagellazione.

Un’autodifesa quasi commovente, nella quale il sottosegretario muscolare che diceva di godere nel vedere i carcerati soffrire per la mancanza di aria, si è dipinto come l’ingenuo, travolto da un mondo cattivo e opaco, danneggiato egli stesso da un sistema senza alert di sicurezza.

“Sono una vittima del meccanismo”

Tanto da arrivare a dire: “Mi sento anch’io vittima di un meccanismo che invece si doveva e si dovrà mettere in campo, me lo auguro per chiunque”, della mancanza di meccanismi di controllo, dei notai che non avrebbero segnalato nulla, delle forze dell’ordine che frequentavano il locale e si facevano le foto. Vittima persino dell’arredamento rassicurante del ristorante, evidentemente troppo “carino” per destare sospetti.

Perché lui giura che “se avessi saputo, sarei fuggito immediatamente”.  Anche se, ribadisce, che “non è reato fare società con un’incensurata”. Giuridicamente corretto. Politicamente inopportuno. Perché il problema non è la fedina penale della figlia, ma il contesto complessivo. Ed è qui che l’autodifesa di Delmastro assume contorni quasi paradossali: più prova a spiegare, più s’impantana.

Nessuno sapeva. Nessuno aveva capito. Nessuno aveva avvertito. Nessuno aveva visto. Eppure il locale era frequentato, conosciuto, inserito in relazioni politiche e istituzionali. Una specie di zona grigia trasformata in bistrot.

Un clima da Inquisizione

Ma l’apoteosi si è forse toccata quando Delmastro ha parlato di “clima da inquisizione” nei suoi confronti. “Sembra un clima da autodafé, quei processi del medioevo doveva uno doveva anche ammettere, prima che venisse giustiziato dall’Inquisizione, la inadeguatezza a respirare, vivere e sopravvivere. Non mi sento inadeguato, ritengo di aver commesso un errore e di fronte a quell’errore, per il quale non sono indagato, mi sono dimesso”.

I messaggi ai compagni di partito…

E poi sono arrivati i messaggi diretti ai compagni di partito. In uno ha sottolineato come la vicenda “ha portato a fatali, irrevocabili dimissioni, precipitato ineludibile per salvaguardare tutta l’attività del governo a contrasto della criminalità organizzata”. “Non ho mai avvisato Giorgia Meloni della partecipazione nella società”, ha scandito, “ma ho avvisato Giovanni Donzelli in qualità di responsabile organizzativo del mio partito, condividendo con lui la necessità di uscire precipitosamente da quella società. L’ho avvisato all’indomani di quando ho avuto consapevolezza, tra il 18 e il 19 febbraio”.

E ancora: “Il danno simbolico per aver cenato in quel ristorante? Non ci sono attualmente, non ho evidenze di riciclaggio. Comunque io mi sono dimesso”. Tuttavia, in chiusura, ha tenuto a ricordare che “ho invitato anche altri esponenti politici di FdI in quel locale tra cui per esempio, al ristorante dove non ero socio, una sera è passato Donzelli, ma nessuno degli esponenti politici non ha fatto più che una cena o avuto frequentazioni del locale. Un altro collega che è venuto a cena è l’onorevole Schiano. Ho invitato parecchi colleghi o persone che nulla c’entrano con la politica, non penso che sia un reato invitare colleghi a cena”.

E ha concluso con un simbolico: “Non ho contezza se sono indagato… Ritengo di non essere indagato in questo momento”. E comunque, se anche lo fosse, non sarebbe certamente colpa sua. Magari di Google…!