La legge elettorale è sbarcata ieri alla Camera, nella stessa Aula in cui a metà luglio la maggioranza andò sotto sulle preferenze. E ci torna con quelle stesse preferenze riproposte e approvate nel testo del Senato. Una prova di forza per Giorgia Meloni per superare quella che solo due mesi fa definì “la palude” di chi vuole “impedire ai cittadini di poter scegliere i propri parlamentari”. E che Meloni a questo giro non tollererà scherzi di sorta lo dice a chiare lettere Galeazzo Bignami. “Mi sembra che Giorgia Meloni sia stata chiara. Se il provvedimento non passa si va a casa. La fiducia è stata messa per questo motivo”, ha dichiarato il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, in un’intervista a Il Tempo.
Destre alla prova del voto segreto. La legge elettorale tiene sulle spine Giorgia
Oggi si terrà il voto sulle pregiudiziali, l’8 è atteso quello finale sul testo. Entrambi i voti saranno a scrutinio segreto. Per Bignami il voto “sulle pregiudiziali è un voto importante tanto quanto quello di fiducia. Qualcuno potrebbe pensare che non sia così, ma si sbaglia. Se la legge si ferma sulle pregiudiziali le conseguenze sarebbero le stesse: si va a casa”. In vista delle votazioni a scrutinio segreto, ha spiegato l’Ansa, si annuncia alta l’attenzione sulle tribune di Montecitorio, da dove a metà luglio alcuni dipendenti del gruppo parlamentare di FdI attenzionarono le mosse dei deputati di centrodestra anche registrando video, per individuare i franchi tiratori.
Il caso delle vedette
Il caso delle ‘vedette’ suscitò polemiche da parte delle opposizioni e fu segnalato dall’Associazione stampa parlamentare ai questori di Montecitorio. Ora la tribuna centrale, riservata ai giornalisti per seguire le sedute dell’assemblea, sarà interdetta agli staff, che potranno fare invece richiesta di posizionarsi in quelle laterali, destinate ai cineoperatori, firmando come sempre il ‘Codice di autoregolamentazione’ con cui ci si impegna a non realizzare fotografie e riprese video improprie sullo svolgimento dei lavori.
Nel corso della discussione generale ieri le opposizioni hanno puntato il dito contro le preferenze opzionate dal centrodestra, la parità di genere (“scarsa”) e le sottoscrizioni richieste (“quadruplicate” tanto da costituire una “barriera” per alcune liste). Ed è in particolare la previsione delle firme che dovranno raccogliere le liste che si vorranno candidare alle politiche e che non sono in Parlamento (si passa da 1.500 a 6mila per collegio) a scatenare la protesta di +Europa.
Il digiuno di Magi
“Questa legge è un colpo di stato elettorale che vuole consentire ad una minoranza del paese di diventare maggioranza schiacciante in Parlamento. Si vuole impedire ad alcune forze politiche di partecipare alle elezioni. E questo è contro i cittadini. Da oggi (ieri, ndr) inizierò un digiuno per chiedere la modifica almeno delle parte peggiori di questa norma e consentire di presentare le liste con la firma digitale”, ha detto il segretario Riccardo Magi. “Si è detto Melonellum, Stabilicum…io la chiamerei Azzeccargabuglium…perché non consente agli elettori di capire per chi stanno votando”, ha detto Filiberto Zaratti di Avs.
“Le preferenze che Meloni dice di aver introdotto sono una presa in giro: con i capilista bloccati tutti sanno che il Parlamento sarà ancora pieno di nominati che scavalcheranno i candidati che ottengono le preferenze dei cittadini. La famigerata norma sulle firme imposte alle liste non rappresentate in Parlamento è gravissima, uno sbarramento implicito e antidemocratico contro le nuove forze politiche e per di più con una procedura che ci riporta indietro nel tempo a metodi napoleonici. Ad aggravare il quadro, la cancellazione dell’equilibrio di genere tra i capilista bloccati”, ha denunciato dal M5S Carmela Auriemma.
Secondo il dem Federico Fornaro, “Ci penserà la Corte ed è evidente che dovrà intervenire perché ci sono molti elementi di dubbia costituzionalità e lo dico con grande amarezza sarebbe la terza volta che la Consulta interviene sulla legge elettorale, e sarebbe una sconfitta per il Parlamento”.
Sul ddl Antisemitismo il campo largo si spacca
Intanto la commissione Affari Costituzionali della Camera ha approvato il mandato al relatore sul ddl antisemitismo. Sul voto finale il centrosinistra si è spaccato: M5s e Avs contro, Iv a favore e il Pd non ha partecipato al voto per non far emergere le contraddizioni tra i dem favorevoli al testo e quelli ostili. Di recente la senatrice a vita Liliana Segre aveva fatto appello all’unità e a trovare un punto di incontro. Entro metà ottobre il testo, già approvato dal Senato, dovrebbe essere votato dall’Aula.