Dipendenti delle camere, ecco l’ultima Casta

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Di Carmine Gazzanni

A pensarci bene sembrerebbe quasi che non siano deputati e senatori, con tutto l’ammasso di benefit e prebende di cui godono, ad essere la vera casta. O, meglio, non solo loro. Affianco a quella più appariscente e certamente più bersagliata, infatti, c’è un’altra casta, meno conosciuta anche se probabilmente dai tratti più paradossali. Parliamo di quell’esercito di dipendenti che lavorano alla Camera e al Senato e che godono di stipendi incredibilmente alti. E così capita che, quando ieri gli Uffici di Presidenza di Camera e Senato hanno deciso, finalmente, di porre un tetto alle loro remunerazioni, scoppia il finimondo. Il caos. Eppure non stiamo parlando di un tetto basso: 240 mila euro, lo stesso monte massimo pensato per tutti i manager pubblici. Troppo poco per alcuni. Sembrerebbe incredibile ma nei fatti non lo è.

Gli intoccabili
Basti un semplice dato: a provare invidia per l’attuale stipendio di una buona fetta dei dipendenti di Montecitorio sono gli stessi deputati e, come se non bastasse, anche ministri e presidente del Consiglio. Finita qui? Certo che no. Sono un centinaio a prendere una retribuzione superiore anche a quella di Re Giorgio Napolitano. Incredibile, ma è proprio così. Tutta colpa dei formidabili scatti di anzianità previsti per chi lavora a Montecitorio. E così medici, traduttori, interpreti, consiglieri parlamentari, ma anche documentaristi, tecnici e ragionieri, una volta raggiunta un’anzianità minima di 35 anni, godono, oggi, di uno stipendio che supera (e, in alcuni casi, di gran lunga) i 240 mila euro del Presidente della Repubblica. Un assurdo, se si pensa che con l’ormai famoso “decreto Irpef” (dl 66/2014) è stato previsto un tetto pari appunto alla fatidica cifra di 240 mila euro, valido per tutti gli amministratori pubblici e i manager di Stato. Ma non per gli intoccabili dipendenti di Camera e Senato. Per avere contezza della questione, diamo qualche altro numero. A parte segretario e vicesegretari generali che rappresentano un po’ l’Olimpo di questo speciale Eldorado (per costoro rispettivamente 406 e 304 mila euro annui), a superare allo status quo la soglia dei 240 mila euro sono 12 tra documentaristi, tecnici e ragionieri, 82 consiglieri parlamentari, 1 traduttore e 1 medico. Totale: 96 dipendenti con uno stipendio d’oro che tocca, per dire, quota 358 mila euro per i consiglieri parlamentari che hanno superato i 35 anni di anzianità. Il conto è ancora più interessante se facciamo un altro raffronto. Passiamo da Giorgio Napolitano agli altri inquilini di Montecitorio, i deputati. Considerando che, tra stipendio mensile lordo e diaria, ogni parlamentare arriva ad una remunerazione di 13.938 euro, facendo un conto annuale tocchiamo quota 167 mila euro circa. Ebbene: sono 520 i dipendenti che guadagnano più dei nostri 630 rappresentanti a Montecitorio. Un’enormità, se si conta che parliamo di più di un terzo del computo totale dei dipendenti (1.413 unità). Il confronto, infine, proprio non regge se si prendono in esame gli stipendi dei membri dell’esecutivo. Citiamo, per brevità, soltanto quello di Matteo Renzi: 114 mila euro e rotti. Briciole per un documentarista.

Il regalo nascosto
Ora, però, la musica è inevitabilmente destinata a cambiare. E, d’altronde, non avrebbe potuto essere altrimenti: nel momento in cui si stabilisce un tetto valido per tutti i manager pubblici, sarebbe paradossale se a sottrarsi fossero i dipendenti di Camera e Senato. Tetto per tutti, dunque. Questo, perlomeno, è quello che si potrebbe pensare. Ma attenzione. L’occhio di riguardo per tecnici, traduttori e via dicendo resta. Ed ecco allora l’inghippo: mentre il tetto di 240 mila euro per i manager pubblici è al lordo delle tasse, per l’esercito dei dipendenti il tetto è al netto. In altre parole, dal computo sono esclusi gli oneri previdenziali pari all’8,8% della retribuzione. E così, a conti fatti, il tetto lordo non è di 240 mila euro (com’è per tutta l’amministrazione pubblica a cominciare dal Presidente della Repubblica) ma di 261 mila euro. Insomma, il taglio c’è ma con l’inganno. La “manina” ha agito sottobanco. Nascosta. Anzi, nasCasta.

STIPENDI TAGLIATI AI DIPENDENTI. E IN PARLAMENTO E’ BAGARRE

Di Antonello Di Lella

Arriva la sforbiciata ai compensi dei dipendenti di Camera e Senato. I consiglieri parlamentari d’ora in d’ora in avanti non potranno guadagnare più di 240mila euro l’anno, al netto della contribuzione previdenziale (8,8% della retribuzione). Un tetto imposto dagli uffici di presidenza dei due rami del Parlamento. Più basso, invece, sarà quello per le altre categorie di dipendenti, “in modo da mantenere inalterati i rapporti retributivi oggi esistenti tra le varie professionalità”. Il tetto è quello previsto dal decreto legge Irpef e comprende tutte le voci retributive.

La protesta
E nemmeno il tempo di mettere nero su bianco la riduzione dei costi che la protesta è arrivata forte, come le contestazioni a tutti i parlamentari capitati a tiro. “Bravi, bene, bis”, grida e urla dei lavoratori riuniti in sit in dinanzi alla biblioteca della presidenza della Camera. Ma il presidente di Montecitorio ha tirato dritto, seppur con il dispiacere per la pioggia di contestazioni ricevute: “Si tratta di un passo importante e positivo”. Il documento è stato approvato con l’astensione della Lega e il voto contrario di Fratelli d’Italia. Quanto basta per capire che i dipendenti parlamentari non hanno risparmiato dalla contestazione nemmeno il Movimento 5 Stelle.
C’è poi un altro aspetto. La protesta dei dipendenti del Parlamento è avvenuta proprio mentre fuori dalla Camera c’era un’altra manifestazione: quella dei lavoratori che chiedono il finanziamento della cassa integrazione. Perché se da una parte c’è chi protesta per qualche taglietto a uno stipendio già lauto, dall’altra c’è il Paese reale che muore di fame.

I nuovi stipendi
Se per i consiglieri il tetto è fissato, per le altre categorie sono già previsti incontri con le rispettive organizzazioni sindacali. Che faranno di tutto per ridurre il taglio al minimo possibile. Perché, come sempre accade, vanno bene i risparmi, le riduzioni dei compensi, finché non toccano il proprio orticello. “Chi al momento ha uno stipendio inferiore al tetto vedrà fermarsi la crescita dello stipendio al raggiungimento di quella cifra”, ha spiegato il vicepresidente della Camera Marina Sereni, “chi invece lo supera subirà una riduzione straordinaria del proprio stipendio tra il 2014 ed il 2017, fino al raggiungimento del proprio tetto retributivo di riferimento”. Chiarissima la spiegazione della Sereni, che ha anche la delega al personale, e per questo motivo duramente bersagliata all’uscita dall’ufficio di presidenza. “Bel capolavoro, grazie”, per una protesta senza precedenti nei corridoi di Montecitorio.

Partita aperta sulle indennità
In stand by la questione indennità di funzione. Ridimensionate già in passato ma alla luce di quanto accaduto ieri potrebbero esserci altre novità in materia. Stiamo parlando di quelle indennità aggiuntive al tetto, previste per le figure apicali dell’amministrazione: tra queste quelle del segretario generale, dei suoi vice e dei capi servizio. La trattativa non è che all’inizio, ma le indennità non potranno essere superiori al 25% del limite retributivo fissato e non saranno pensionabili. Sono tanti altri i nodi da chiarire, però, in primis quelli che saranno i risparmi determinati dal recepimento del decreto. Milioni? Staremo a vedere perché chi si è visto tagliare il compenso è pronto a tutto per evitare il sacrificio. Con la minaccia, nemmeno tanto velata, di ricorsi e contro ricorsi da portare avanti in tutte le sedi possibile. Perché si sa, i sacrifici veri non sono mai per tutti.