Uno sconticino di 17 centesimi. Solo sul diesel e soltanto fino al 6 agosto. Giusto per riportare intorno alla soglia psicologica dei due euro al litro il prezzo del gasolio, nella speranza che l’ennesima misura tampone, insieme al caldo infernale di questa estate rovente, cancelli dalla memoria corta degli italiani il ricordo del comico spot elettorale di Meloni al distributore e quello di Salvini mani di forbice che taglia, alla lavagna in diretta tv, un’accisa dietro l’altra.
Eppure, il governo racconta che no, tutto sommato non siamo messi così male. “Nell’ultimo mese il gasolio è aumentato del 4,6% da noi contro l’11,4% della media Ue e il 24,8% della Germania”, tranquillizzava non più tardi di domenica scorsa il ministro Urso, intervistato dal Corriere della Sera. Vero: confrontando i prezzi aggiornati al 20 luglio scorso, in Danimarca la benzina supera i 2,45 euro al litro e il gasolio i 2,18; nei Paesi Bassi si viaggia rispettivamente a 2,34 e 2,31 euro; in Germania a 2,19 e 2,16; in Finlandia a 2,16 e 2,20. E anche Francia, Grecia e Portogallo presentano prezzi superiori (o molto vicini) a quelli italiani. Ma la risposta del ministro avrebbe richiesto una domanda aggiuntiva.
Come rileva infatti Giorgio Velardi, per capire quanto costa davvero un rifornimento in Italia rispetto ad altri Paesi Ue “bisogna necessariamente fare un raffronto con l’andamento degli stipendi“. Ed è proprio qui che la narrazione del governo traballa. “Tra il 1990 e il 2020, i salari reali sono cresciuti del 38,7% in Danimarca, del 33,7% in Germania, del 31,1% in Francia e Finlandia, del 30,5% in Grecia, del 15,5% nei Paesi Bassi e del 13,7% in Portogallo, solo per citare alcuni casi”. Nello stesso periodo “l’Italia si è distinta per essere l’unica nell’area Ocse dove le retribuzioni sono diminuite: -2,9%“.
Ma non è tutto. La situazione è persino peggiore se si guarda ai dati più recenti: “Nell’ultima nota diffusa la scorsa settimana, l’Ufficio parlamentare di bilancio ha certificato come, tra il 1990 e il 2026, nel settore privato le retribuzioni medie reali si siano ridotte del 6,6%“. E il saldo del do ut des, nel gioco delle tre carte del governo, resta sempre negativo.