Quando il governo e Giorgia Meloni raccontano, con toni trionfalistici, le loro grandi imprese, lo fanno a metà. E così ogni dato viene celebrato senza mai andare a fondo e vedere cosa c’è oltre un numero. Lo fanno, per esempio, per il record di occupati, facendo finta che quei lavori non siano sottopagati e con sempre più giovani inattivi. Ma lo fanno anche quando si tratta di Piazza Affari. Così se, da una parte, Milano ha registrato in Borsa un vero boom della capitalizzazione azionaria negli ultimi anni, dall’altra ha subito anche la grande fuga dal Ftse Mib. Elemento di cui bisognerebbe tenere conto quando Meloni, o chi per lei, sostiene che questo governo ha reso il mercato italiano più attrattivo anche per le società.
Evidentemente non è così o, almeno, lo è solo in parte, come conferma la relazione annuale della Consob. Perché l’altra faccia della medaglia dei record degli indici azionari è proprio il crescente fenomeno del delisting. Fenomeno che va avanti da prima che arrivasse Meloni al governo, certo, ma che ora si accentua con tanti addii e nessun ingresso. Nel 2025 sono state 30 le società che hanno lasciato il listino di Piazza Affari, per circa 2,5 miliardi di capitalizzazione persa, come sottolinea la presidente vicaria della Consob (ancora senza guida da marzo, grazie alle liti interne al governo), Chiara Mosca. I delisting a seguito di Opa e Opas sono stati 9 su 11 nel mercato regolamentato Euronext Milan, perdendo 1,75 miliardi di capitalizzazione. E sono invece 11 su 19 sull’Euronext Growth Milan, con altri 570 milioni persi.
Certo, come detto, la capitalizzazione di Piazza Affari ha raggiunto una cifra record di 1.209 miliardi il 30 giugno 2026, ma a fronte di una perdita di 100 società quotate negli ultimi 21 anni sul mercato principale. Inoltre, nel 2025, a fronte dei 30 addii non è stata registrata nessuna nuova ammissione, così come nel primo semestre di quest’anno. Per quanto riguarda invece l’Egm, il mercato dedicato alle piccole e medie imprese, le uscite sono state 19 e le ammissioni 21, ma il valore di riferimento è di soli 10 miliardi, ovvero meno dell’1% totale di Piazza Affari.
Il numero di società quotate sul mercato principale è sceso a 198mila. Per quanto riguarda il boom della capitalizzazione, con il Ftse Mib che ha chiuso il 2025 con un rialzo del 31,5%, il motivo principale riguarda il settore finanziario: +72% contro una media europea del 48%. Piazza Affari vale il 51% del Pil italiano, un dato che resta molto distante dalla media europea al 71%, dal 55% della Germania al 200% della Svezia. E il dato è ancora più lontano rispetto a quello degli Stati Uniti, in cui il rapporto raggiunge il 222%. Intanto il dossier Consob dovrebbe approdare presto sul tavolo del governo. Anche se la presidente vicaria Mosca assicura che il collegio sta esercitando “con pienezza i compiti a esso assegnati”, il tema non può essere più ignorato, a quattro mesi dalla scadenza del mandato di Savona. Dopo le liti in maggioranza che hanno bloccato la nomina di Federico Freni, ora il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, assicura che “questa settimana” il governo si occuperà della Consob. Staremo a vedere.