L'Editoriale

Non siamo una colonia di ArcelorMittal

La mossa della multinazionale indiana ArcelorMittal che minaccia di andarsene dall’Ilva non era affatto imprevista, e anzi era quasi scontata visto che parliamo di uno dei gruppi piรน rilevanti di un Paese che ci ha sequestrato per anni due nostri marรฒ, e adesso pretende di gestire unโ€™azienda altamente inquinante col salvacondotto dellโ€™immunitร  penale, una sorta di protezione medioevale grazie alla quale nessuno paga se si continua a morire attorno allโ€™acciaieria di Taranto.

In realtร  quello degli indiani รจ un ricatto, per di piรน al di fuori della legge alla quale neppure con tutte le loro rupie possono sottrarsi, perchรฉ la rescissione del contratto va autorizzata da un tribunale e non con il libero arbitrio di chi pensa di trattare lโ€™Italia senza alcun rispetto. Purtroppo dalla parte di ArcelorMittal cโ€™รจ lโ€™accordo firmato a suo tempo dal ministro Carlo Calenda, poi migliorato sui posti di lavoro nella contrattazione col successore al Mise, Luigi Di Maio. Nel frattempo le emissioni inquinanti sono rimaste altissime, e in un incidente sul lavoro negli altiforni cโ€™รจ scappato pure il morto.

La Procura di Taranto aveva deciso lo spegnimento dellโ€™impianto, poi revocato, a dimostrazione di una fortissima responsabilitร  anche da parte della magistratura. L’Ilva รจ lโ€™unica occasione di lavoro per migliaia di persone in unโ€™area ad alto tasso di disoccupazione, ma questo aspetto non puรฒ essere usato come alibi allโ€™infinito. E soprattutto non puรฒ impedire di mettere lo stabilimento in sicurezza rispettando le leggi. Un principio sul quale neppure in ArcelorMittal possono permettersi di fare gli indiani.