L’inchiesta della Procura della Repubblica di Roma, che ritiene di poter contestare delitti di corruzione e di rivelazione di segreto d’ufficio attorno al progetto del Ponte sullo Stretto di Messina, non è riducibile a un mero fascicolo di cronaca giudiziaria. Al contrario, l’ipotesi accusatoria descrive con forza la dinamica di un malcostume che, secondo l’impianto emerso, avrebbe radici sistemiche: la sovrapposizione tra interessi politico-amministrativi e organismi chiamati a esercitare controlli imparziali. In tale prospettiva, la vicenda assume un valore paradigmatico, perché riguarda non soltanto singoli presunti comportamenti, ma la tenuta complessiva delle regole di legalità e trasparenza che dovrebbero governare la spesa pubblica, soprattutto quando si tratta di opere di portata nazionale e di ingente impatto economico. Al centro dell’indagine condotta dal ROS dei Carabinieri vi è, secondo quanto riportato da fonti di stampa, un presunto tentativo di “blindare” l’opera. Tale “blindatura” non sarebbe stata fondata sulla solidità delle verifiche tecnico-ingegneristiche né sulla sostenibilità finanziaria complessiva, ma sulla capacità di neutralizzare preventivamente o condizionare l’esame più delicato e temuto: il controllo di legittimità e di merito attribuito alla Corte dei Conti, che già nell’autunno precedente aveva formulato rilievi negativi sul progetto definitivo. La questione, dunque, non sarebbe limitata alla correttezza formale di un procedimento, bensì investirebbe il cuore stesso della funzione di controllo, cioè la verifica che l’impiego di risorse pubbliche avvenga nel rispetto delle norme e dei vincoli di finanza pubblica. Dalle ricostruzioni rese note, nell’impianto accusatorio sarebbe coinvolto un gruppo composto da un avvocato, già inserito in precedenza nel Consiglio di Amministrazione della Stretto di Messina S.p.A., da un imprenditore e da un ex presidente aggiunto della magistratura contabile. Le accuse prospettate delineerebbero un meccanismo classico di scambio di utilità, riassumibile nello schema “do ut des” successivo all’erogazione di retribuzioni o comunque legato a benefici concreti.
In particolare, da un lato sarebbero state ventilate o promesse opportunità professionali di rilievo in enti di diritto pubblico, rivolte al magistrato, prossimo alla quiescenza; dall’altro sarebbe stato ipotizzato un sistema di monitoraggio e influenza sull’attività interna degli organi decisori, con presunto accesso a indicazioni riservate e allineamento preventivo alle posizioni che sarebbero emerse nelle camere di consiglio. In tale cornice, le “memorie” difensive sarebbero state predisposte su misura, con l’obiettivo dichiarato o sottinteso di superare le bocciature o i rilievi emersi a seguito dei controlli della Corte dei Conti. Il paradosso, come viene sottolineato nel testo originario, è grottesco fino a diventare tragico: l’organo di controllo contabile che la Costituzione pone a presidio della corretta gestione del denaro pubblico rischierebbe, secondo le ricostruzioni, di essere vulnerato dall’interno, piegato alle esigenze di ottenere un “via libera” anche quando esso potrebbe risultare incompatibile con le criticità riscontrate. In un sistema democratico, la Corte dei Conti non dovrebbe essere un ostacolo eliminabile con accordi o pressioni, ma un filtro di legalità e di responsabilità finanziaria. Se tale filtro può essere aggirato o condizionato, l’effetto non ricade soltanto sul singolo procedimento, ma mina la fiducia dei cittadini nell’intero impianto di controlli. Nel frattempo, mentre l’amministratore delegato della società si affretta – legittimamente – a dichiarare l’estraneità dell’azienda ai fatti contestati, l’impatto politico appare, nelle ricostruzioni, dirompente. Il Ponte sullo Stretto di Messina, infatti, non viene presentato come una semplice infrastruttura tra le tante, bensì come il simbolo e il manifesto ideologico di un’intera stagione di governo. In altri termini, l’opera sarebbe stata trasformata in un totem elettorale, sbandierato come emblema di modernità e di rilancio, con una conseguenza rilevante: quando un progetto assume la funzione di bandiera politica, la pressione a non perdere il controllo del percorso decisionale tende a crescere in modo esponenziale. Accelerare i passaggi, forzare i pareri tecnici e, soprattutto, bypassare i dubbi contabili sui costi produce l’effetto opposto a quello auspicato: invece di aumentare credibilità e affidabilità, aumenta l’ombra di opacità e la probabilità di contenziosi, rilievi e stop procedurali. Non si tratta soltanto di un rischio infrastrutturale, ma di un rischio reputazionale e istituzionale. Si osserva, infatti, che l’opera non unirebbe la Sicilia e la Calabria soltanto con l’acciaio, ma potrebbe finire per “inabissarsi” nella palude della non trasparenza, dove i cittadini percepiscono che i controlli non servono più a garantire la legalità, bensì a essere gestiti o aggirati.
GAME OVER
Sempre secondo quanto riportato dai mass media, sarebbero stati prospettati sforamenti oltre i limiti consentiti dall’Unione europea, in particolare in relazione alla natura del contratto, che sarebbe interamente pubblico. In tale scenario, emergono ulteriori interrogativi sulla compatibilità dei costi e delle modalità di realizzazione con i vincoli europei e con i parametri di sostenibilità finanziaria. Inoltre, risultano evidenti—almeno nell’ottica dell’impianto accusatorio— i tentativi di aggirare l’indipendenza della Corte dei Conti per via extra-giudiziale, vale a dire attraverso meccanismi non riconducibili a un confronto tecnico ordinario, bensì a pressioni e manovre capaci di alterare il normale percorso decisionale e valutativo. Fatto salvo, naturalmente, il principio della presunzione di innocenza fino al terzo grado di giudizio, il punto politico e culturale che emerge è un altro: la necessità di spostare il focus non soltanto sulla colpevolezza dei singoli indagati o imputati, ma sulla vulnerabilità del sistema degli appalti e, più in generale, sulle condizioni che rendono possibile la distorsione dei controlli. Quando una grande opera diventa una priorità assoluta e intoccabile, il rischio è che si generi una pressione indebita non solo verso gli uffici tecnici e amministrativi, ma anche verso i corpi intermedi dello Stato che hanno il compito di garantire imparzialità, tracciabilità e accountability. Se, per realizzare il Ponte, fosse necessario silenziare o addomesticare i custodi della spesa pubblica, ciò significherebbe che il problema non è di natura esclusivamente logistica o temporale, ma etica e istituzionale. Un paese democratico non dovrebbe costruire il futuro a partire da segnali di indebolimento dei meccanismi di garanzia. La credibilità delle istituzioni di controllo non può essere sacrificata sull’altare dell’urgenza politica o della necessità di rispettare slogan e promesse. In definitiva, l’opzione che preserva l’interesse collettivo è una soltanto: massimo rigore procedurale, massima trasparenza e controlli realmente indipendenti, perché solo così si può evitare che il progetto più ambizioso – qualunque sia la sua utilità tecnica – si trasformi in un “game over” preventivo per la fiducia pubblica e per la credibilità delle regole che reggono la finanza pubblica.
Vincenzo Musacchio, Professore di strategie di contrasto della criminalità organizzata, associato al RIACS, Rutgers University of Newark (USA).