L'Editoriale

Trump & Bibi padroni del mondo

Trump & Bibi padroni del mondo

Nel nuovo assetto della geopolitica mondiale, i personalismi di Donald Trump e Benjamin Netanyahu si sono trasformati in una morsa capace di tenere in ostaggio non soltanto la regione mediorientale, già profondamente martoriata, ma l’intero equilibrio globale. La spirale di tensione che avvolge Teheran produce effetti a livello planetario: minacce di annientamento si alternano a fragili spiragli negoziali, lasciando mercati, governi europei e società civili in uno stato d’incertezza cronica. Da una parte, il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca ha impresso alla politica estera americana una dottrina transazionale portata all’estremo. La sua postura oscillante – che un giorno evoca la distruzione totale dell’Iran e l’altro promette accordi bilaterali immediati – sfugge ai canoni della diplomazia tradizionale e risponde piuttosto alle logiche dello show geopolitico e della pressione psicologica. Per l’amministrazione Trump, l’Iran rappresenta un palcoscenico per dimostrare la “forza” americana e per esercitare leva su partner e avversari in funzione di obiettivi elettorali ed economici. Dall’altra parte, la linea dura di Benjamin Netanyahu contro l’Iran e i suoi alleati regionali è presentata come una missione esistenziale e, contemporaneamente, come una garanzia di sopravvivenza politica interna. Spingendo per un ridisegno radicale della mappa del Medio Oriente, Netanyahu ha spesso agito da principale promotore dell’agenda anti-iraniana di Washington. Nei fatti, questa convergenza ha trascinato la superpotenza in un confronto le cui conseguenze appaiono di difficile previsione. Quando le scelte di politica estera di due leader s’intrecciano così strettamente con le loro necessità di consenso interno, il rischio di escalation cessa di essere un’ipotesi remota e diventa una concreta probabilità. Il costo di questo stallo non grava soltanto su Washington, Gerusalemme o Teheran: il resto del mondo osserva impotente dinamiche che non può controllare.

I I blocchi e le tassazioni unilaterali nello Stretto di Hormuz soffocano il commercio marittimo e si riflettono immediatamente sui prezzi del petrolio e sull’inflazione globale, con impatti diretti su catene di fornitura, costi energetici e stabilità economica di paesi dipendenti dalle importazioni. L’Europa assiste all’erosione del diritto internazionale e della diplomazia multilaterale, divisa tra spinte militariste e l’assenza di una leadership forte e credibile in grado di mediare. Costringere l’Iran con le spalle al muro, senza offrire una via d’uscita diplomatica dignitosa, alimenta le componenti più radicali all’interno della Repubblica Islamica e incrementa il rischio di un’accelerazione verso opzioni strategiche pericolose, incluso il potenziale sviluppo di capacità nucleari. Particolarmente preoccupante è la normalizzazione della cosiddetta “dottrina del caos”: l’idea, ormai smentita da ripetute esperienze – dall’Iraq all’Afghanistan – secondo cui l’Occidente potrebbe imporre cambi di regime o ridisegnare confini con campagne militari e sanzioni soffocanti. L’Iran, con circa 86 milioni di abitanti, una forte identità nazionale e un significativo arsenale missilistico, non è un attore che si possa piegare senza provocare fratture rilevanti nell’ordine internazionale. Ciò non equivale a difendere il regime teocratico di Teheran, le cui violazioni dei diritti umani – in particolare contro le donne e le attiviste del movimento Donna, Vita, Libertà – sono ampiamente documentate e condannabili. L’argomentazione qui proposta riguarda invece la responsabilità delle potenze nel gestire la crisi: barattare la sicurezza collettiva con calcoli di convenienza politica espone la comunità internazionale a rischi sistemici. Finché il destino del Medio Oriente e la stabilità globale saranno trattati come un affare personale tra Washington e Gerusalemme, il mondo resterà su una polveriera con una miccia corta e leader disposti a giocare con il fuoco. Una leadership globale responsabile dovrebbe prioritariamente contenere gli incendi, favorire percorsi diplomatici credibili e multilaterali, e promuovere stabilità e prosperità condivise, invece di alimentare le tensioni per vantaggi politici immediati.

Vincenzo Musacchio, Professore di strategie di contrasto della criminalità organizzata, associato al Rutgers Institute on Anti-Corruption Studies (RIACS), Rutgers University Newark (USA).