L’eutanasia è un diritto, così Cappato e Welby sono stati assolti. Ecco le motivazioni della Corte d’Appello di Genova sul caso Trentini. Superate le 100mila firme per il referendum

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“Il lapidario divieto di aiutare taluno a procurarsi la morte, contenuto nella norma coniata in un periodo storico risalente in cui lo scopo unico era tutelare ad ogni costo la vita intesa come bene sociale, va coniugato col diritto ad una vita dignitosa e col diritto al rifiuto di trattamenti terapeutici a fronte di una malattia che abbia esito certamente infausto, a conclusione di un percorso altrettanto certo di dolore acutissimo e senza fine”. Questo il passaggio principale contenuto nelle motivazioni della sentenza con cui la Corte di Appello di Genova, il 28 aprile scorso, ha assolto Marco Cappato e Mina Welby (nella foto) che avevano accompagnato Davide Trentini, il 53enne malato di sclerosi multipla, nel suo percorso verso il suicidio assistito in una clinica svizzera nel 2017 (leggi l’articolo).

“Una sentenza chiara, incontrovertibilmente incentrata sulla scelta di libertà del malato”, ha dichiarato Filomena Gallo, codifensore nel processo e Segretario dell’Associazione Luca Coscioni, sottolineando come si tratti di “una decisione che accoglie tutte le motivazioni della difesa e che segna un importante passo in avanti sul tema”. In particolare “nel testo leggiamo motivazioni che centrano il senso del rispetto della libertà personale inviolabile, del concetto di dignità di Davide Trentini, della sua scelta. Tutti diritti costituzionalmente rilevanti che subiscono il vuoto di affermazione determinato dallo Stato che non è intervenuto per rimuovere gli ostacoli al diritto all’autodeterminazione”.

Che le cose stiano così è noto sin dal 25 settembre 2019 quando la Corte Costituzionale, con la sentenza storica sul caso di Dj Fabo, ha ritenuto che non è perseguibile “chi agevola l’esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di un paziente tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche e psicologiche che egli reputa intollerabili ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli”.

Occasione in cui la Consulta tirò le orecchie alla politica sostenendo che in attesa di un “indispensabile intervento del legislatore”, ha “subordinato la non punibilità al rispetto delle modalità previste dalla normativa sul consenso informato, sulle cure palliative e sulla sedazione profonda continua e alla verifica sia delle condizioni richieste che delle modalità di esecuzione da parte di una struttura pubblica del Ssn”.

VERSO IL VOTO POPOLARE. Peccato che sulla questione il Parlamento ha scelto la strada dell’inazione. Così a colmare il vuoto normativo ci sta provando l’Associazione Luca Coscioni che sta raccogliendo firme per il referendum sull’eutanasia. Una battaglia civile che, secondo Cappato, nonostante “nessuna adesione tra i principali partiti, l’ostruzionismo in molti comuni che non collaborano negando strade e piazze” e soprattutto il governo e la Guardasigilli Marta Cartabia che rinviano in modo “estenuante la decisione sul tema della sottoscrizione telematica via Spid e firma digitale”, viaggia a vele spedite. Sono già 100mila le firme raccolte, in quello che viene definito “un piccolo miracolo laico” da parte dei promotori, che puntano a raggiungere le 500mila sottoscrizioni entro il 30 settembre prossimo.

Leggi anche: Referendum sull’eutanasia. La Cartabia blocca le firme digitali. Stoppata la raccolta online delle sottoscrizioni. L’Associazione Coscioni insorge contro la guardasigilli.