F-35, costi schizzati alle stelle

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di Carmine Gazzanni

Un finanziamento ad oggi di 2,5 miliardi di euro per un programma il cui costo complessivo potrebbe arrivare a ben 52 miliardi. È questo quello che emerge dall’ultimo rapporto presentato dalla campagna “Taglia le ali alle armi”, lanciata dalla Rete italiana per il disarmo (con dentro Acli, Arci, Amnesty e sindacati), sugli ormai famosi F-35 e sulle stime attuali dell’intero programma. Numeri, questi, che lasciano senza fiato e che superano di gran lunga tutte le stime ufficiali presentate negli anni, senza che ci sia, peraltro, il benché minimo ritorno occupazionale che pure era stato previsto. Insomma, quello che sembra è che il programma sugli F-35 continui ad essere un programma fallimentare. Su ogni fronte.

I numeri
Ma partiamo dai dati. Secondo le ultime cifre i costi per un solo aereo da combattimento sarebbero lievitati. E non di poco. La Difesa, lo scorso giugno, aveva parlato di un costo per F-35 tra i 99 e i 106,7 milioni di euro. Peccato però che, a conti fatti, la realizzazione di uno solo di questi aerei superi ogni cifra immaginabile. Considerando le spese complessive già sostenute, infatti, oggi un F-35 ha un costo di 135 milioni. Nonostante questo, l’Italia ha pensato bene nel corso degli anni di garantire finanziamenti stellari che, paradosso dei paradossi, sono pure aumentati a dismisura. Qualche esempio per capirci: nel 2008 vennero stanziati 94 milioni, nel 2009 47, nel 2010 158; negli anni caldi della crisi, invece, 468 milioni (2011), 548 (2012) e 500 (2013). Per un finanziamento complessivo in dieci anni che tocca i 2,5 miliardi di euro. Nulla in confronto a quanto potrebbe costare l’intero programma. Secondo l’ultima stima riportata nel dossier, infatti, l’intero programma (considerando anche aggiornamenti e manutenzione) potrebbe arrivare a costare qualcosa come 52 miliardi di euro.

Ritorni che non ci sono
Una cifra mastodontica, dunque, a cui peraltro bisogna aggiungere un’altra: gli 800 milioni di euro circa dell’impianto industriale di Cameri in provincia di Novara. Un impianto che, parola dell’ex titolare della Difesa Di Paola, avrebbe dato lavoro a diecimila operai. Favole. Secondo quanto riportato nel dossier, infatti, “per tutto il 2013 (nonostante l’inizio di assemblaggio dei primi caccia italiani ed alcune assunzioni di giovani tecnici) gli occupati nella Faco di Cameri non hanno mai superato il migliaio, confermando il sottoutilizzo di una struttura pensata per ben altri ritmi di produzione che non si raggiungeranno mai”, tanto che la stessa Finmeccanica, nell’ultimo periodo, è passata da una stima di 3/4 mila addetti ad una più realistica di circa 2.500 a pieno regime. Ma non è tutto. Nel lanciare il programma per anni si è parlato anche di un ritorno industriale: tante imprese avrebbero beneficiato di rimbalzo della realizzazione degli aerei. Lo stesso ad di Finmeccanica, Alessandro Pansa, d’altronde, lo scorso anno aveva parlato di 90 società italiane coinvolte nel progetto. Anche qui, però, i conti non tornano: “il totale delle aziende a cui sono stati assegnati fino ad oggi contratti direttamente da Lockheed Martin nella supply chain italiana del programma è pari a 27” (di cui solo 14 con “contratti attivi”). Chi mente?

Che farà Renzi?
“Non capisco perché buttare via così una dozzina di miliardi per gli F-35”. Era il 6 luglio 2012. E a parlare era proprio il nuovo Presidente del Consiglio Matteo Renzi che, di lì a poco, avrebbe addirittura proposto il dimezzamento dei finanziamenti per gli F-35. Chissà se il premier ora farà seguire alle parole i fatti. Il Parlamento, stando agli atti depositati, sembra non aspettare altro: ad oggi sono ben 16 le mozioni tramite cui si chiede una modifica, sostanziale o parziale, del programma sugli F-35. Il governo Letta non le ha prese in considerazione. Lo farà Renzi? Difficile. La nuova titolare della Difesa, Roberta Pinotti, in una passata intervista fu categorica: “Dal programma F-35 non si esce”. Appunto.