Figli di detenute in carcere, prigionieri dei burocrati. Ecco come lo Stato ruba l’infanzia ai bimbi: non esiste una norma specifica per l’affidamento alle case famiglia

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di Nicoletta Appignani

Il problema delle carceri non riguarda soltanto le grida dalla prigione, quelle che denunciano il sovraffollamento e le condizioni dei penitenziari italiani. No, il problema è anche il silenzio degli innocenti. Tutti quei bimbi che non hanno voce nel nostro ordinamento, figli di madri detenute, costretti in carcere fin dalla più tenera età. Nessuna colpa se non quella di esser nato da una madre condannata a scontare una pena detentiva. Una situazione che si potrebbe risolvere adottando misure alternative, come gli arresti domiciliari, oppure consentendo alle madri di scontare la pena in una casa famiglia. Ma dal ministero della Giustizia avvertono: troppi vincoli burocratici. E i bambini restano in carcere, affacciandosi alla vita attraverso le sbarre di una prigione.

L’infanzia negata
In Italia sono 17 gli istituti preposti all’accoglimento di madri detenute con figli di età inferiore ai tre anni. Secondo i dati, il 31 dicembre 2012 dietro le sbarre si trovavano 41 bambini e 5 donne incinte. Numeri che generalmente non variano molto tra un anno e l’altro, anche se il picco massimo si è raggiunto nel 2001 con 83 bambini detenuti. Bimbi che dopo essere cresciuti in un ambiente che nulla ha a che fare con un’infanzia spensierata, dopo il compimento dei tre anni di vita vengono portati via. Così finalmente possono andare incontro alla vita, quella vera. Ma senza la madre.

Il nemico burocrazia
Un modo per lasciare il bambino con la mamma e non rovinare indissolubilmente la sua infanzia ci sarebbe: l’affidamento a una casa famiglia. Ma in questo caso le sbarre tra i bambini e una vita migliore le mette la burocrazia. Già da un anno e mezzo, infatti, l’associazione Papa Giovanni XXIII, forte di 300 case famiglia, ha messo a disposizione i posti per tutte le madri detenute con figli. Una misura cautelare alternativa utilizzata in moltissimi casi. Eppure, per quanto riguarda questo tema così delicato, il primo successo è arrivato soltanto un mese fa, quando due detenute del carcere femminile di Rebibbia sono state trasferite in altrettante case famiglia. Una di loro, incinta, si trova attualmente in una struttura in provincia di Bologna e partorirà tra un mese. “Si tratta di un contesto molto più sereno – spiega la responsabile della struttura, Stefania Boccardo – qui può contare su tutte le visite mediche di cui ha bisogno e il suo umore è notevolmente migliorato, consentendo una gravidanza serena”. Dopo il parto, la donna sarà trasferita in un’altra struttura, pronta ad accogliere sia lei che il figlio. Un luogo dove si respira un clima di “famiglia allargata”, nel quale i bambini mantengono i riferimenti affettivi – la madre in questi casi – pur avendo modo di socializzare con i coetanei. Un posto dove si fa colazione tutti insieme, si esce a giocare all’aria aperta insieme ad altri bambini. E dove a tre anni non si viene sottratti improvvisamente alla madre.

Nessuna normativa
Ma, per l’appunto, per ora questo progetto messo a disposizione del Ministero della giustizia, ha visto andare in porto soltanto due casi. Un primo passo mosso con fatica e soltanto grazie all’interessamento della Cei e della Caritas. “Quando abbiamo iniziato a dare la disponibilità per ospitare madri e figli nelle nostre strutture, l’ex ministro della giustizia Paola Severino ci ha inviato una lettera. L’idea le piaceva – spiega Paolo Ramonda, responsabile generale dell’associazione Papa Giovanni XXIII – poi però alcuni funzionari del ministero ci hanno informati delle difficoltà ad attuare il progetto a causa dei molti vincoli burocratici”. Da un lato infatti ogni trasferimento è regolamentato dalla regione di riferimento, mentre dall’altro non esiste una normativa ministeriale specifica che permetta alle madri con figli di scontare un tipo di pena detentiva come quella nelle case famiglie. “Eppure una madre detenuta con suo figlio costa allo Stato 900 euro al giorno. Mentre noi non vogliamo soldi ma soltanto salvaguardare la crescita dei bambini” conclude Ramonda. Così la scelta di trasferire madri e figli si appella ogni volta al buon cuore dei vari direttori dei penitenziari e a quello del dirigente del Dap. Già la prossima settimana un operatore dell’associazione andrà nel carcere di Rebibbia a parlare con le madri ancora detenute con i loro figli, cercando di trovare una soluzione per procedere con il trasferimento. Questo, mentre le carte bollate continuano a costruire nuove sbarre per i bambini.

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