Fuori la politica dalla Rai. Con il decreto d’urgenza Renzi spazza via i partiti. Premier nel fuoco incrociato. Ma per la nuova governance addio Vigilanza

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Renzi può azionare il cingolato e riformare in tempi brevi il lavoro, la scuola e la pubblica amministrazione. Vincendo perfino le resistenze di sindacati, professori, bidelli e statali. Ma davanti al cavallo Rai rischia di non andare avanti. Il premier si è impegnato in prima persona. Dopo aver annientato i sindacati ora farà di tutto per spazzare via i partiti (e la conseguente lottizzazione) dalla Tv di Stato. Perché non è la politica che deve scomparire dalla Rai, bensì l’influenza dei partiti sull’informazione dei tiggì, sui programmi e soprattutto su nomine e poltrone. A meno che Renzi sia talmente furbo da agitare la riforma come spaventapasseri per avere un’arma letale con cui giocarsi le prossime partite.

AVANTI TUTTA
Non sono certo le barricate a preoccupare Renzi. Prima comincia la demolizioni a colpi di tweet, poi si affida ai decreti legge e alla fiducia. Ora nel mirino c’è la legge Gasparri, l’ultimo baluardo dell’influenza dei partiti sulla Rai. Per renderla nulla occorre un’altra legge, ma l’iter parlamentare ha tempi troppo lunghi e c’è una governance in scadenza. Ovvio che le cariche si possono prorogare, ma ciò significherebbe rinunciare a una riforma in tempi brevi.

LA DIFESA DI GASPARRI
Il senatore Gasparri si è scagliato violentemente contro il premier. In un duello ai ferri corti che va ben oltre i tweet. «Si può decidere il numero degli amministratori, ma non si può prescindere dal Parlamento. Ci penserà Mattarella a spiegarglielo». Poi in un’intervista a Dagospia ha detto che il futuro di Renzi è all’Isola dei famosi.

LA RIFORMA
Tutti i partiti – dai Cinque Stelle a Forza Italia e Sel – sono contrari alla riforma e difendono a denti stretti le posizioni. Anche perché il potere in Rai significa assegnare poltrone e poltroncine. Molti dei parlamentari che compongono la commissione di Vigilanza invece accusano il premier di pensare lui alle poltrone. Dimenticandosi che da sempre il Governo ha deciso le nomine Rai. Dai primi ministri della Dc nella Prima Repubblica, a Prodi, Berlusconi, Monti. Il dg – che è il primo dipendente dell’azienda – e il direttore del Tg1 sono stati sempre scelti da Palazzo Chigi. Riotta, Minzolini, Gubitosi: tre direttori voluti dai premier degli ultimi anni. Per non parlare del Tesoro che indica il presidente e un consigliere del cda. Gli altri membri vengono indicati e votati dalla Vigilanza, la commissione bicamerale che ha compiti di controllo e che rappresenta il cordone ombelicale dell’azienda con i partiti. Quel cordone che Renzi vorrebbe tagliare, affidando a una Fondazione la scelta della lista dei consiglieri di Viale Mazzini da presentare poi al Capo dello Stato, al quale spetterebbe decidere le nomine. Morale della favola: non ci sarebbe nulla di strano se Renzi scegliesse un capo azienda e un direttore del Tg1. Soluzione che i partiti preferirebbero alla riforma perché significherebbe che la lottizzazione è viva e vegeta. Ma Renzi è intenzionato a chiedere il decreto di urgenza, visto che la governance Rai è in scadenza. A quel punto la Vigilanza e i partiti non avrebbero più voce in capitolo.