Diciassettemila ettari di suolo nudo dove due anni fa crescevano colture e praterie. A Gaza la terra scoperta è passata da 3.918 a 17.663 ettari, più 351%, e le superfici vegetate sono scese del 65%, da 5.941 a 2.056 ettari. Lo misura uno studio della Libera Università di Bolzano con la Bethlehem University, pubblicato sulla rivista Progress in Physical Geography e ripreso il 9 luglio dall’agenzia Gea. I ricercatori hanno letto le immagini dei satelliti europei Sentinel-2 tra il settembre 2023 e il settembre 2025. Nello stesso periodo, con clima identico, in Israele la vegetazione cala del 4,5% e il suolo esposto sale del 3,4%. Quella forbice misura l’offensiva. Il clima non c’entra.
Il dato dice una cosa che i bilanci quotidiani lasciano fuori. I conteggi registrano i morti, almeno 1.084 dall’entrata in vigore della tregua il 10 ottobre 2025 secondo il ministero della Salute di Gaza, oltre 73.000 dall’ottobre 2023. Registrano meno la terra e ciò che la rende abitabile. Il suolo senza radici né acqua è la forma lenta e permanente di quello che la Corte internazionale di giustizia esamina come genocidio. La Commissione d’inchiesta dell’Onu, nel settembre 2025, lo ha ricondotto a quattro dei cinque atti della Convenzione.
Il piano di tregua, sulla carta, prevede che Israele non occupi né annetta Gaza. Il 9 luglio, alla Knesset, Boaz Bismuth (Likud), presidente della Commissione Esteri e Difesa, ha rivendicato che «circa il 70% di Gaza è controllato dalle Idf», e ha parlato di una zona cuscinetto permanente. Il territorio che si tiene è lo stesso che si svuota. Su una terra che ha smesso di produrre non si torna, e non si ricostruisce niente.
Luigimaria Borruso, che ha firmato lo studio, lo dice nel linguaggio del metodo. «Quando non è possibile accedere a un territorio, il rischio è che anche i danni ambientali rimangano invisibili». Il suolo di Gaza, adesso, è visibile dallo spazio. È tutto il resto a restare fuori campo.