Giallo sull’ospedale di Alzano Lombardo. Non c’è traccia dell’atto che ordinava la riapertura. La vicenda riguarda la gestione dell’emergenza in Val Seriana

MARIA CRISTINA ROTA
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Con il coronavirus che continua a tormentare l’Italia, a far discutere è ancora una volta la gestione della prima ondata della pandemia in Lombardia. Questa volta a fare rumore è l’ultima giallo emerso dall’indagine della Procura di Bergamo, diretta dal procuratore Antonio Chiappani, che, stando a quanto trapela, negli atti fin qui acquisiti non c’è traccia di un solo atto scritto che disponesse la riapertura del Pronto soccorso dell’ospedale di Alzano Lombardo, chiuso dopo la scoperta di due casi di Covid-19 e riaperto dopo poche ore.

Si tratta di uno dei rivoli della maxi inchiesta, affidata al procuratore aggiunto Maria Cristina Rota (nella foto), in cui sono indagati Francesco Locati e Roberto Cosentina, rispettivamente direttore generale ed ex direttore sanitario dell’Asst Bergamo Est, che avrebbero dichiarato il falso in atti pubblici quando scrissero che erano state adottate “tutte le misure previste”, mentre in realtà – questa la tesi dei magistrati – era ancora “incompleta” la “sanificazione del Pronto soccorso come anche quella dei reparti del Presidio”.

Un fascicolo in cui si ipotizza il reato di epidemia colposa con l’aggravante “della morte di più persone” e che viaggia parallelo a quello sulla mancata applicazione della zona rossa ad Alzano Lombardo e Nembro, finita al centro di un tira e molla tra il Pirellone e il governo, e le innumerevoli morti registrati nelle rsa lombarde. Inchiesta che, recentemente, si è allargata ulteriormente con un fascicolo che guarda alle scelte fatte nella gestione dell’emergenza e che sarebbero avvenute senza seguire nemmeno il piano pandemico in vigore che risulta non aggiornato dal 2006.

PAROLE FORTI. Insomma se qualcuno pensava che l’inchiesta di Bergamo sulla gestione della pandemia fosse chiusa in un cassetto, è destinato a ricredersi. Anzi negli ultimi giorni, dopo una fase in cui gli inquirenti hanno fatto il punto della situazione, l’intera indagine sembra aver ripreso slancio e promette colpi di scena. Uno dei più recenti risale al 1 febbraio quando a PresaDiretta su Rai3 è intervenuto Giuseppe Marzulli, direttore medico dell’ospedale di Alzano Lombardo ossia nel nosocomio in cui lo scorso 23 febbraio è esploso uno dei focolai più micidiali d’Europa, per raccontare cosa non ha funzionato.

Il manager che non è indagato e anzi risulta uno dei testimoni chiave dell’inchiesta, ha detto: “Fino a che non si farà una analisi seria di quelle che sono state le criticità della prima ondata, non si risolveranno i problemi strutturali che sono alla base di questo disastro”. Marzulli, come già sostenuto più volte, ha raccontato di essere stato lui stesso a decidere di chiudere l’accesso dell’ospedale ai visitatori e il pronto soccorso in quelle ore drammatiche del 23 febbraio. Una decisione che avrebbe potuto salvare diverse vite ma che, inspiegabilmente, è stata disattesa.

“Due ore dopo per ordine dei vertici aziendali e regionali” è stato riaperto l’ospedale, ha spiegato il direttore medico secondo cui si trattava di “un’indicazione assurda” perché “non c’erano tamponi, né dispositivi di protezione individuale” così “recuperai una quindicina di tamponi ma ne sarebbero serviti 600 per testare tutti i pazienti e il personale. L’ospedale nei giorni successivi diventa un girone dantesco”.

Un racconto drammatico su cui, ormai da dieci mesi, lavorano gli inquirenti decisi a capire come mai nessuno aveva attivato un monitoraggio, come previsto dal piano pandemico influenzale, che secondo la Procura di Bergamo si sarebbe dovuto attivare a partire dal primo campanello d’allarme lanciato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità il 5 gennaio di un anno fa. Inoltre i magistrati stanno cercando di ricostruire la catena di comando che c’è dietro l’ordine di riaprire l’ospedale per capire se ci siano state responsabilità nel dilagare della pandemia o meno.

In tal senso sarà determinante l’analisi dei casi di decessi registrati all’ospedale di Alzano e che è stata affidata al virologo Andrea Crisanti che nella sua consulenza, tra i tanti quesiti, è chiamato a rispondere anche sulle possibili conseguenze derivanti dalla chiusura e conseguente riapertura lampo dell’ospedale di Alzano Lombardo.