Il governo è spaccato sul riarmo mentre l’industria militare italiana macina numeri in crescita. Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti frena sul meccanismo europeo Safe. Il collega della Difesa Guido Crosetto chiede al Mef di decidere se l’Italia userà davvero i quasi 15 miliardi disponibili per nuovi investimenti militari. In Parlamento, Giorgetti ha ricordato che il Safe non è gratis: è un prestito, anche se a condizioni favorevoli, che permette di spalmare la spesa nel tempo ma che va comunque restituito. Crosetto ha fatto sapere di aver scritto due volte al collega dell’Economia per conoscere la posizione del Tesoro: entro fine maggio bisogna decidere se accedere allo strumento europeo e avviare i contratti. Il governo predica prudenza sui conti, ma al suo interno litiga su come finanziare una nuova stagione di spese militari.
Giorgetti e Crosetto divisi sulle spese militari. E su Israele rimangono zone d’ombra
Lo stesso giorno, in Senato, si è svolta l’audizione di Giorgio Aliberti, direttore dell’Uama, l’Unità del ministero degli Esteri che autorizza esportazione, importazione e transito dei materiali d’armamento. La relazione sul 2025 fotografa un settore in forte espansione: 11,1 miliardi di euro di autorizzazioni complessive, di cui 9,1 per l’export e circa 1,9 per l’import. Le autorizzazioni individuali all’export salgono a 7,7 miliardi, con un aumento del 19,68% sul 2024. Per Aliberti, questi numeri confermano la solidità dell’industria italiana della difesa e la sua capacità di competere sui mercati internazionali. I principali destinatari sono Kuwait, Germania, Stati Uniti, Ucraina e Francia. Le importazioni crescono del 165%, con Svizzera, Stati Uniti, Regno Unito, Kuwait e Israele tra i maggiori fornitori.
Zone d’ombra sulle armi da e verso Israele
Proprio Israele è il passaggio più delicato. L’Uama rivendica una linea restrittiva: dopo l’inizio della guerra a Gaza, non sarebbero state rilasciate nuove autorizzazioni all’export e le licenze precedenti sarebbero state riesaminate caso per caso. Una è stata sospesa e poi revocata; le altre, secondo l’amministrazione, non riguardavano materiali utilizzabili contro civili a Gaza o in Cisgiordania. Sulle importazioni da Israele, il governo sostiene che la normativa guardi soprattutto all’uso finale dei materiali e non alla loro provenienza. La ricostruzione, però, non chiude il caso. Il dossier “Made in Italy per l’industria del genocidio”, curato da Giovani palestinesi d’Italia, People’s Embargo for Palestine, Palestine Youth Movement e Weapon Watch, parla di oltre 400 spedizioni di materiale militare dall’Italia verso Israele e oltre 224mila tonnellate di carburante tra ottobre 2023 e fine 2025. Numeri che, politicamente, mettono in dubbio l’idea di una vera interruzione dei rapporti con l’apparato bellico israeliano.
I dubbi del M5S
Su questo si inserisce la posizione del Movimento 5 Stelle. I senatori Alessandra Maiorino, Bruno Marton ed Ettore Licheri sostengono che l’audizione di Aliberti confermi la necessità di rafforzare la legge 185/90, aumentando controlli e trasparenza su export e transiti verso Paesi in guerra. Per il M5S restano troppe zone d’ombra: nella relazione non compaiono i numeri delle autorizzazioni, anche per ragioni di riservatezza industriale, e l’Uama non avrebbe poteri sufficienti sui transiti di armi straniere verso Paesi in conflitto, se non grazie alle segnalazioni di dogane o società civile. La riforma proposta punta a indicare il numero delle autorizzazioni, inserire tabelle su destinatari finali e transiti, e dare maggiori poteri di verifica insieme alle dogane. Lo stesso Aliberti peraltro dice che “l’annunciata totale disconnessione con Israele è in realtà complessa da realizzare perché gli intrecci delle catene del valore sono molto intricate”.
La proposta di legge delle opposizioni
“Arrivare a un impegno dell’Italia, sull’esempio di altri Paesi europei, per il divieto all’importazione di beni e servizi provenienti dagli insediamenti israeliani nel Territorio palestinese occupato”: con questo scopo è stata depositata una nuova proposta di legge, che ha come primi firmatari i leader di Avs, M5S e Pd (Angelo Bonelli, Nicola Fratoianni, Giuseppe Conte ed Elly Schlein). Un’iniziativa nata – spiega una nota – “grazie all’impegno di una coalizione di 20 organizzazioni della società civile, che a settembre 2025 hanno lanciato la campagna Stop al commercio con gli insediamenti illegali”.
Una proposta che si accompagna con l’invito al governo italiano a rivedere la posizione favorevole nei confronti della sospensione dell’accordo Ue-Israele. Una posizione che segnala l’ambiguità di Roma verso Tel Aviv. Da una parte sospende il rinnovo automatico del memorandum di difesa con Israele, peraltro non fornendo chiarimenti richiesti anche dal M5S, dall’altra si oppone allo stop del Patto di Israele con l’Ue.