Gli ex re di Roma. Crack Cirio, condanna bis per Cragnotti e Geronzi. Il fallimento da 1,125 miliardi finì per metetre in ginocchio più i risparmiatori che le banche

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Uno è stato il re di Roma. L’altro, uno degli uomini più amati (o detestati) dalla tifoseria capitolina. Oggi però il declino è compiuto e a confermarlo arriva la nuova condanna in appello per Cesare Geronzi a quattro anni di carcere e Sergio Cragnotti a nove. Il processo che li vede coinvolti è quello di secondo grado sul crack Cirio. Condanne anche per il genero di Cragnotti, Filippo Fucile (tre anni e 10 mesi) e 2 anni e 4 mesi al figlio Andrea Cragnotti. Assolti invece per prescrizione del reato di bancarotta preferenziale gli altri figli del patron biancoceleste, Massimo ed Elisabetta Cragnotti. Assoluzione confermata anche per l’ex amministratore delegato della Banca Popolare di Lodi, Giampiero Fiorani, e per la moglie di Sergio Cragnotti, Flora Pizzichemi, per “non aver commesso il fatto”. Passa quindi interamente il giudizio di primo grado, dove si poneva sull’imputato Sergio Cragnotti il peso maggiore della sentenza, in quanto ritenuto l’unico vero dominus delle vicende economiche della società poi fallita.

DEFAULT
Il crac Cirio avvenne nel 2003, quando furono mandate in default obbligazioni per 1.125 miliardi di euro, lasciando a secco decine di migliaia di risparmiatori. L’accusa ha provato come attraverso le emissioni di bond, il rischio sia stato spostato dalle banche esposte con Cirio, sui risparmiatori, rimasti alla fine con il cerino in mano. Di qui la condanna a Geronzi, ex grande tessitore delle decisioni di Capitalia, per i reati di bancarotta distrattiva, bancarotta preferenziale e truffa (le ultime due ormai prescritte).