Sarà un mio limite, ma quando parla la Meloni devo cambiare canale. Non è solo quello che dice, è il suo accento così truce, la sua parlata così volgare. Sono solo io?
Sofia Torresi
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Gentile lettrice, non è solo lei: siamo almeno in due. Ho scritto più volte della parlata di Meloni, inascoltabile ma non perché parli il romanesco. Badi, esistono varie forme di romanesco, dalla più colta (classica, popolana ma nobile, godibilissima) alla più rozza e incolta, e il parlare della premier appartiene alla seconda specie. Pasolini, che studiò le forme del romanesco, direbbe che quella parlata proviene dalle baraccopoli in cui nel dopoguerra s’insediarono i migranti dal Sud e che poi divennero borgate: lì il romanesco si fuse con i vari accenti di provenienza e il risultato fu una lingua greve e aspra che poi si è irradiata in varie zone periferiche di Roma. Il primo ministro britannico Harold Wilson, entrato al 10 di Downing Street, andò a scuola di dizione per liberarsi del suo accento tipico delle classi proletarie del Nord Inghilterra e ci riuscì benissimo. Meloni non ci pensa neppure, ma dio solo sa quanto le farebbe bene. Nel contempo è consapevole della sua scarsa cultura e, per sembrare quel che non è, si fa infarcire i discorsi di citazioni latine, per poi sbagliare clamorosamente pronuncia e accenti perché il latino le è sconosciuto. Altre volte invece spara strafalcioni di lingua italiana, come giorni fa in televisione da Porro dove ha pronunciato un memorabile: “Le misure del governo spagnolo mi parono un po’ scomposte…” Sì, anche la grammatica e la sintassi di Meloni “parono” un po’ scomposte…
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