I filorussi se ne infischiano dell’accordo di Ginevra

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di Alessandro Banfo

Un’illusione durata meno di 24 ore. L’ipotesi che la situazione in Ucraina potesse trovare una sua quadratura diplomatica con l’accordo di Ginevra tra Ue, Russia, Ucraina e Usa ha perso credibilità in un giorno solo.
Solo giovedì i partecipanti al summit festeggiavano per la firma di un documento che dava come exit strategy alla crisi la deposizione delle armi di tutte le forze illegali nel Paese.
Peccato che queste formazioni non la pensino esattamente così.
Gli insorti filorussi non hanno infatti nessuna intenzione di lasciare gli edifici amministrativi che occupano nell’Ucraina orientale se prima non si dimette il governo “illegale” di Kiev.
A dirlo uno dei portavoce dei pro-Mosca, Alexander Gnezdilov, in un’intervista alla Bbc.
E l’accordo erga omnes di Ginevra? Non vale nulla perché secondo i separatisti “non è stato firmato da loro”.
Un muro contro muro insomma, che potrebbe causare un conflitto su scala mondiale. Ma qualche spiraglio c’è, anche se molto sottile.
Gli insorti filorussi hanno infatti dettato alcune condizioni per deporre le armi e sgomberare gli edifici pubblici occupati.
Il primo è la concessione di un  referendum per definire lo status delle regioni di Donetsk e Lugansk e chiedere la sovranità della zona e forse anche l’annessione alla Russia.
Il secondo punto è la liberazione di tutti i militanti arrestati in questi mesi di guerriglia tra Kiev e dintorni.

Ma il debole governo ucraino risponde per le rime ai propositi bellicosi degli avversari. E per ovvia risposta strategica non ritira le forze militari dislocate nel sud est del Paese.
Quindi, l’operazione militare contro gli insorti filorussi nell’Ucraina dell’est “prosegue”, fa sapere la portavoce dei servizi segreti di Kiev (Sbu), Marina Ostapenko.
“Quanto durerà l’operazione – ha detto sibillina la portavoce dell’Sbu – dipende da quando i ‘terroristi’ lasceranno il nostro territorio”.

Quasi un’eco alle parole del premier ad interim Arsenyi Yatsenyuk. Il politico, davanti alla Rada Suprema, il Parlamento, aveva spiegato che l’accordo di Ginevra è stato sì sottoscritto, ma «non nutriamo alcuna ragionevole aspettativa» su quello che ne scaturirà.
Il rappresentante dell’esecutivo non aveva dimenticato una stoccata al Cremlino: “La Russia non aveva altra possibilità che firmare, e condannare l’estremismo», ha sottolineato.
«Avendo apposto la sua firma, ha in effetti chiesto a certi `manifestanti pacifici´, muniti di fucili d’assalto e di batterie di missili anti-aerei, di deporre le armi e di consegnarle», ha ironizzato.
E mentre nel Paese la tensione resta alta sullo scenario internazionale si coglie, distintamente, un’abbassamento dei toni.
L’esempio più lampante sono le parole del presidente della commissione Affari internazionali della Duma Alexiei Pushkov che ha spiegato come la Russia non abbia alcuna intenzione di lasciare l’assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa.
Peccato che lo stesso Puskkov, meno di venti giorni fa, avesse minacciato di lasciare l’organismo. Il motivo sarebbe da ricondurre al fatto che il 10 aprile l’assemblea del Consiglio d’Europa aveva sanzionato la delegazione russa per le azioni di Mosca in Ucraina sospendendole fino a fine 2014 il diritto di voto.
In aggiunta a ciò  Mosca non avrebbe potuto prendere parte a tutti gli organi di decisione dell’assemblea.
Nel mezzo di questo gigantesco risiko chiamato Ucraina Oleksandr Yanukovich, uno dei figli del deposto presidente Viktor, è stato inserito nella lista dei ricercati (i nomi sono consultabili su internet).
L’accusa per lui è di «falso», che prevede una pena da due a cinque anni di reclusione.
Il figlio di Yanukovich si era arricchito in maniera inverosimile dopo che il padre era diventato capo di Stato, arrivando a controllare aziende per almeno 130 milioni di dollari. Di lui si sarebbero perse le tracce il 23 febbraio.