Per chi è abituato al romanticismo del calcio, coi suoi campetti parrocchiali e i parchi di periferia, dove hanno corso e scalciato alcuni dei più grandi campioni, questa edizione americana della Coppa del Mondo non può che apparire alienante. Il “Mondiale della Vergogna”, come stampa e opinione pubblica lo hanno etichettato, è iniziato…
tra le mille polemiche di un Paese organizzatore – gli Usa – che sta bombardando un Paese ospite – l’Iran – spedito in Messico, ai margini della competizione e praticamente escluso da tutti gli eventi collaterali. Come se non bastasse la coercizione di un’organizzazione asfissiante e militarizzata, il destino ci ha messo lo zampino, sorteggiando l’Iran per la partita del 27 giugno contro l’Egitto: una sfida già decisiva per il passaggio del turno. Ormai ribattezzata “Pride Match” non solo per la concomitanza del Gay Pride di Seattle, dove si giocherà il confronto, ma anche perché coinvolge due Paesi che criminalizzano l’omosessualità, la partita sta suscitando clamore e creando dissapore, con interrogazioni parlamentari e una diplomazia che non arretra di un millimetro di fronte al Comitato Organizzativo che ha subito accertato la regolarità della gara.
CALCIO AI DIRITTI
Se l’associazionismo LGBTQ+ e la pratica omosessuale in Egitto sono criminalizzati con lunghe pene detentive, in Iran uomini e donne gay che conducono una vita improntata su “dissolutezza”, “indecenza” e “atti scandalosi” rischiano anche la pena di morte. La Federcalcio iraniana è intervenuta per condannare la designazione della partita, definendola “una mossa irrazionale” e che “Teheran e Il Cairo avrebbero sollevato obiezioni alla questione”; una questione espressa alla Fifa dalla Federcalcio egiziana con una lettera in cui viene esplicitato il rifiuto “di svolgere qualsiasi attività legata al sostegno dell’omosessualità durante la partita tra Egitto e l’Iran”, perché “per mantenere lo spirito di unità e pace è necessario evitare di includere attività che potrebbero provocare le sensibilità culturali e religiose tra i tifosi presenti e provenienti da entrambi i Paesi, soprattutto perché tali attività sono culturalmente e religiosamente incompatibili”. Una speranza vana, dal momento che il Presidente della Fifa, Gianni Infantino, due giorni prima dell’inizio della competizione, ha revocato l’assegnazione dei biglietti destinati ai tifosi iraniani, dopo aver annunciato che alle Federazioni di ciascuno dei quarantotto Paesi partecipanti sarebbe stato assicurato 8% dei tagliandi per ogni partita al prezzo calmierato di 60 dollari a ticket: una presa di posizione politica di Infatino, che ha adottato un’insostenibile pratica di doppiopesimo per giustificare quell’inedito “Premio Fifa per la Pace” consegnato al guerrafondaio presidente Usa, Donald Trump.
POLEMICHE ROVENTI
L’Equipe sulla copertina di giugno lo ha dipinto come un fantoccio nelle mani del Presidente americano, ed effettivamente la Fifa ha opposto un silenzio selettivo ad ogni richiesta delle Federazioni iraniane ed egiziane, prima fra tutte quella di non esporre bandiere Progress Pride (le famose arcobaleno) durante la partita, per dare visibilità solo a quelle nazionali, ufficialmente riconosciute. Ma non si può modificare il format di una partita per soddisfare le richieste dei singoli Paesi, soprattutto di fronte ad un evento cittadino che ha beneficiato di una lunga gestazione, come ricorda Eric Wall, membro del comitato consultivo del “Seattle Pride Match 2026” che di certo non si aspettava che la casualità del sorteggio definisse una partita tanto polarizzante come simbolo del Gay Pride: “Non abbiamo nulla a che fare con ciò che accade all’interno dello stadio, ma avere bandiere Progress Pride tra gli spalti è tipico di Seattle. […] Non c’è mai stata alcuna intenzione strategica di danneggiare qualcuno o di provocare la Fifa in qualsiasi modo”. Infantino a dicembre scorso aveva definito questo Mondiale come “il più inclusivo della storia, milioni di persone verranno a vederlo negli Usa”, suscitando indignate reazioni di organi competenti e leggende del calcio come Ruud Gullit, che ne ha chiesto ufficialmente le dimissioni perché “una Coppa del Mondo dovrebbe unire le persone, invece questo torneo sta diventando simbolo di intimidazione, divisioni politiche, restrizioni e fallimenti amministrativi”: praticamente “un abominio”, come l’ha definito il Sindaco di New York, Zohran Mamdani.
AUTOGOL IN MONDOVISIONE
Da una parte la squadra dell’Uzbekistan allenata da Fabio Cannavaro, ispezionata con metal detector e cani antidroga dall’Ice davanti agli sconcertati giocatori, dall’altra i vice-campioni d’Africa del Senegal, bloccati sulla pista d’atterraggio, senza possibilità d’accesso agli spazi statunitensi; poi c’è Omar Artan, il miglior arbitro africano, chiamato dalla Fifa e rimpatriato dagli Usa senza fornire una spiegazione ufficiale, dopo undici ore di interrogatorio, e infine Aymen Hussein, stella dell’Iraq, trattenuto alla dogana dell’aeroporto di Chicago e privato di qualunque diritto civile. Con queste premesse il lassismo e la miopia della Fifa aprono discussioni profonde sul fatto che un evento globale come la Coppa del Mondo possa davvero essere un veicolo di visibilità, diritti ed inclusione anche di fronte a valori culturali, sociali e religiosi fortemente divergenti tra Paesi ospitanti e partecipanti.Le buone intenzioni del “Pride Match 2026” si sono trasformate in un allarmante caso di ipocrisia globale, perché la sfida tra Egitto e Iran lascerà più domande che risposte: tutte quelle che ci porteremo nel 2034, quando i Mondiali di Calcio traslocheranno nella ricchissima Arabia Saudita, dove l’omosessualità viene punita con la reclusione, con punizioni corporali eseguite in pubblico e, infine, con la pena di morte.