Il Cairo ha barato da subito sulle torture a Regeni. L’ambasciata egiziana depistò l’ex segretario generale della Farnesina Valensise

Michele Valensise
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Quando il giorno dopo la notizia della morte di Giulio Regeni, ovvero il 4 febbraio 2016, l’allora segretario generale del Ministero degli affari esteri, Michele Valensise, incontrò l’ambasciatore egiziano, quest’ultimo “fu da subito sulla difensiva”.

A specificarlo ieri, davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta che sta cercando di far luce sull’uccisione in Egitto del giovane ricercatore friulano, è stato lo stesso Valensise, confermando così quell’atteggiamento opaco che Il Cairo ha avuto e continua ad avere sulla tragedia, depistando anziché collaborando ad accertare la verità e a fare giustizia

“Mi riferì che era avvenuto un atto criminale di cui non mi dette dettagli – ha affermato il diplomatico riferendosi all’ambasciatore egiziano in Italia – negò che Giulio Regeni fosse stato arrestato dalle autorità di sicurezza e infine espresse vive perplessità sul fatto che l’Italia avesse interrotto la visita del ministro Federica Guidi”.

L’ex segretario generale ha anche aggiunto che di aver suggerito all’ambasciatore di fare “tutto e subito”, come si dovrebbe fare tra Paesi amici, ma che, nonostante i suoi rapporti con il collega fino a quel momento fossero stati cordiali, quella conversazione, sollecitata dall’allora ministro degli esteri Paolo Gentiloni, “non lo fu affatto”.

Valensise ha poi dichiarato che “prima della scomparsa di Giulio c’erano già stati due casi di italiani scomparsi e poi rintracciati pochi giorni dopo: un giovane, omosessuale, e un ingegnere, che erano stati fermati dalla polizia e poi rintracciati dalle autorità italiane e quindi rilasciati”.