Il deficit resta al 3,1% del Pil. L’Italia rimane sotto procedura Ue

Il deficit resta sopra il 3%. Rimangono i vincoli Ue. Per il governo si mette male anche con la clausola energia-difesa

Il deficit resta al 3,1% del Pil. L’Italia rimane sotto procedura Ue

I dati dell’Istat sono una battuta d’arresto pesante per il governo e uno smacco per il duo Meloni-Giorgetti. Non solo perché descrivono un crollo, ma perché smontano il racconto con cui la maggioranza aveva preparato la manovra: rigore nei conti, uscita anticipata dalla procedura europea e nuovi margini da spendere. Il verdetto è duro. Il Pil 2025 cresce dello 0,6% in volume, appena un decimo in più rispetto alla stima di marzo, ma il deficit resta al 3,1% del Pil: sopra la soglia europea del 3%, quel tanto che basta per lasciare l’Italia dentro la procedura per disavanzo eccessivo. La sconfitta sta in pochi decimali, ma pesa moltissimo.

Il deficit resta al 3,1% del Pil. L’Italia rimane sotto procedura Ue

Con un Pil nominale di 2.265 miliardi, lo 0,1% vale circa 2,265 miliardi di euro. Il deficit indicato dall’Istat è pari a 69,736 miliardi; la soglia del 3% corrisponde a circa 67,950 miliardi. Lo scarto effettivo è dunque di circa 1,786 miliardi: meno di due miliardi che bastano a bloccare l’obiettivo politico inseguito dal governo. È la fotografia più chiara della fragilità della strategia economica di Palazzo Chigi: tutto era stato appeso a uno zero virgola, e quello zero virgola non è arrivato. La revisione Istat migliora alcuni numeri, ma non cambia il quadro.

L’economia galleggia

Il Pil ai prezzi di mercato è stato rivisto al rialzo di quasi 7 miliardi. Gli investimenti fissi lordi aumentano del 3,9%, i consumi finali nazionali dell’1%, le esportazioni dell’1,7%. Ma le importazioni crescono del 4,2%, la domanda estera netta sottrae 0,7 punti alla crescita e le scorte altri 0,3. Il valore aggiunto avanza appena dello 0,5%: costruzioni a +2,6%, agricoltura a +0,8%, industria in senso stretto a +0,4%, servizi a +0,3%. Non è una ripartenza: è un’economia che galleggia.

Il punto politico è tutto qui. Il governo ha venduto la prudenza come prova di credibilità. Ma la prudenza, da sola, non ha prodotto crescita. La pressione fiscale sale al 42,9%, sette decimi in più rispetto al 2024. Il debito arriva al 136,7% del Pil. Il saldo primario migliora, ma senza aprire spazi reali. Gli italiani pagano di più, i vincoli restano e la maggioranza non può neppure rivendicare l’uscita anticipata dalla procedura europea. È l’austerity nella sua forma più sterile: sacrifici senza risultati, conti sorvegliati senza sviluppo.

Rammarico

Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha parlato di “rammarico”. Ma il rammarico non copre il fallimento dell’operazione politica. Il governo sperava che la revisione dei conti consentisse di anticipare l’uscita dalla procedura. Da Bruxelles è arrivato il promemoria: perché la Commissione possa proporre a novembre la chiusura del dossier, la notifica Eurostat del 21 ottobre deve indicare per il 2025 un deficit sotto il 3%. Oggi quel dato non c’è.

La clausola energia-difesa

Il problema ora si sposta sulla clausola energia-difesa. La flessibilità europea non viene cancellata, ma non è più lo strumento semplice che il governo avrebbe voluto raccontare. Se le nuove spese finanziate attraverso la clausola dovessero far risalire il deficit 2026 oltre il 3%, l’Italia rischierebbe di restare nella procedura anche nel 2027. Bruxelles guarderà anche alle traiettorie successive. Dunque energia e difesa potranno essere coperte solo entro un perimetro molto stretto. La clausola non apre un’autostrada di spesa. Apre, semmai, un corridoio stretto.

I margini indicati dalla traiettoria programmatica sono limitati: circa un decimo di Pil nel 2026, due decimi nel 2027 e mezzo punto nel 2028. Laddove il governo intendeva, da qui al 2028, utilizzare la flessibilità della clausola per lo 0,6% del Pil per l’energia, ovvero 14 miliardi, e per lo 0,9% per la difesa, circa 21-22 miliardi. Ogni intervento ora dovrà essere pesato contro il rischio di compromettere l’uscita dalla procedura. L’austerity non paga quando strozza la crescita e non indica una direzione e soprattutto quando fallisce nel suo obiettivo dichiarato di tenere i conti in ordine. E oggi nei conti pubblici manca proprio questo: non solo qualche decimale, ma un obiettivo per il Paese.